L’anno in cui divenni improvvisamente adulto.

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Quell’anno mio padre e mia madre mi avevano accompagnato con l’850 special avorio sino ad Alghero, raccomandandomi di prendere soltanto autobus di linea e di campeggiare nei luoghi affollati da altri tendisti. Lo zaino che portavo sulle spalle pesava più di venti chili perché mia madre, pensando di farmi un favore, l’aveva stipato di pentole, padelle, scatolette e fornellini. Mio padre, nell’abbracciarmi, mi strizzò l’occhio. Aspettai che i fari tondi dell’auto sparissero alla mia vista e m’incamminai. Il contrasto tra un ragazzo ingobbito da uno zaino più grande di lui e il sorriso rilassato dei bagnanti del Lido era troppo doloroso. Arrivato sul Lungomare di Fertilia, svuotai pentole, padelle, scatolette e fornellini e proseguii.
Superato il camping che mi avrebbe dovuto ospitare, più simile a un bunker che a un luogo di villeggiatura, vidi un gruppo di ragazzi suonare una chitarra ai bordi della strada. Mi avvicinai, e con fare furtivo lasciai il fagotto della tenda dietro lo schienale della panchina di fronte.
Salii così sull’autobus per Stintino, che nella fantasia di noi ragazzi comunisti sardi figli di genitori comunisti sardi e non sardi rappresentava il feudo meraviglioso della famiglia Berlinguer, l’isola Piana, ora terreno di pascolo accanto alla torre della Pelosa di fronte alla spiaggia.
La spiaggia. Ecco, la spiaggia per antonomasia, l’Eden a portata di mano senza il bisogno d’acquistare biglietti per i Tropici… Se non fosse stato per quel sole rovente che squamava la pelle, l’ostinazione degli amici trovati sull’autobus, la curiosità per quel fumo persistente, acre, viola, inesorabile. Unica medicina l’immersione in quello specchio trasparente, prima di tornare ogni volta a riflettermi in quei due enormi salvagente V.M. di anni 16 che tiravano avidi il fumo. Salvagente. Boe. Ancore di salvataggio dalla solitudine del mio primo campeggio. Indimenticabili. Il mio primo spettacolo proibito senza biglietto. Come all’Eden di Cagliari. Con l’acqua più bella dell’Isola al posto dei bagni.
Partimmo con Aldo su un’Ape che caricava legname, appena prima che la Polizia individuasse l’anomalo gruppetto. Viaggiammo per un’ora, sino al bivio, con i capelli mangiati dall’aria e lo sguardo fisso sul nastro fugace che correva sotto di noi.
Aldo aveva due mesi più di me, due genitori in crisi e la folle consapevolezza che ti dà la maggior età appena raggiunta. Quella d’essere ormai un adulto.
Io avevo ancora due giorni prima che mio padre venisse a riprendermi con la sua 850 nella piazza di Alghero.
Decidemmo così di attraversare la Nurra con il sistema dei passaggi d’auto, omaggio obbligato per noi freschi reduci dalla lettura della Bibbia di Kerouac.
La Nurra, piccolo fazzoletto di terra con la fama d’essere il territorio meno densamente popolato d’Italia, ci sembrò in quel momento infinito quando per ore camminammo sotto quel sole di quell’estate torrida di 36 anni fa. Sei ore senza incrociare un’auto.
Arrivati a Palmadula ci fermammo in un bar dai banconi ancora in metallo. Il barista, un ruvido ammasso di ossa dalle rughe affilate nella pelle asciugata dal sole, nero come il carbone, allungò lo sguardo oltre i campi di grano e ci indicò la strada. Due svizzeri seduti all’unico tavolo del locale ci diedero il passaggio. E arrivammo finalmente alla leggendaria spiaggia sotto l’antica miniera abbandonata.
Argentiera. La piccola spiaggia di Argentiera era un naturale angolo di mare in mezzo alla fitta macchia mediterranea. Ivan Graziani cantava Pigro. Nello zaino c’erano rimaste poche cipolle crude raccolte lungo la strada. Il tramonto si scioglieva in mille fiocchi di rosso sulle rocce di scisto. Aldo diceva che la vita gli correva dietro come un cane e che lui non poteva fermarsi. Diceva. L’indomani avremmo fatto colazione allo spaccio della miniera e avremmo raggiunto Sassari con il piccolo autobus azzurro. Ad Alghero, a mio padre, avrei raccontato tutto e gli avrei spiegato delle pentole e della tenda.
Osservai il mare, quasi intimorito, rispettare i nostri discorsi senza muovere un’onda. Cominciai a buttar giù le parole una sull’altra, senza nemmeno intuirne l’ordine, ma ne avevo bisogno. Aldo ora ascoltava. E assentiva. Idealisti, ecco cosa eravamo. Poeti datati. Dilettanti della contestazione del Settantasette, dei campeggi solitari in riva al mare, alla ricerca di una trasgressione che esisteva probabilmente soltanto nella nostra lucida fantasia.
Quando le parole finirono, ci vestimmo di nero nella profonda notte di Argentiera, e tra le rupi, contorte dalla barriera dei rovi, affrontammo la scogliera.
Note di mare. Concerto d’abissi. Altri due passi sul nero ed eccola. Vuota, aguzza, madreperlacea, la miniera abbandonata. I lapilli del tempo l’avevano scavata, coprendola di veli e rendendola bella.
Sul suo corpo cavo di legno dominava la mole elegante della laveria, come una cinica testa di marinaio, il cappello sbavato dal vento…
Io, appoggiato sul ciglio della strada, ero diventato improvvisamente adulto.

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2 thoughts on “L’anno in cui divenni improvvisamente adulto.

  1. Tra i cinque o sei letti finora questo è quello che più mi piace: sarà che profuma di mare, isola e giovinezza. Scrivi senza scosse ma con mille segreti dentro così uno ci torna sulle stesse righe e scopre altri sentieri che magari non percorri ma è bello sapere che ci sono.
    Buongiorno signor Soddu.

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