La scuola dei campi.

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Un anno fa mi è arrivata una Notifica di pagamento dell’Agenzia delle Entrate di Sassari: pare che due anni prima avessi venduto l’ultimo terreno appartenuto a mio padre, il più bello, sottostimandolo considerevolmente. Non mi sono arrabbiato, anzi. Mi sono detto che me lo meritavo e sono partito per Sassari.

Io quel terreno lì mi dispiace di averlo venduto senza averlo mai visto, e così giro l’auto in direzione di Ploaghe e mi metto a pensare. Lo ricordo ancora quel giorno. Sassari era bella anche sotto la cappa di caldo. L’Emiciclo brillava, anche se mancava la sua gente indaffarata, i postali provenienti dai paesi, le bancarelle del mercato… Nei giardini, dove un tempo avvenivano gli incontri amorosi tra i seminaristi e le smaliziate ragazze delle Magistrali, c’erano passeggini e mamme apprensive… Io ero entrato dal notaio e ne ero uscito un’ora dopo, senza batter ciglio. Avevo accettato la cifra pattuita e non avevo minimamente ribattuto. Pensavo ad altro, a mio padre forse, e alla sua fuga definitiva da Chiaramonti a Sassari, e così fingevo un compiaciuto orgoglio, mentre affrontavo la città alla ricerca dei luoghi dei suoi più lontani racconti… Guardavo il vecchio Teatro Verdi e ripensavo ai varietà che vi si svolgevano appena dopo la guerra, dopo che mio padre era tornato indenne da Agrigento e dalle bombe americane… in quel loggione, stipati sino al limite, si poteva riconoscere lo stesso sapore di sesso dei bordelli popolari, l’atmosfera smorzata dagli acri profumi delle colonie degli spettatori, quasi imprigionata da una nube di fumo che cancellava ogni essenza predominante sull’altra… Poi, giù per il Castello che non esiste più, la Via del Duomo e il Corso spoglio di negozi, scorgevo qualche traccia della vecchia Sassari nei vicoli che portano a Santa Caterina e al vecchio Comune: tristi prostitute abbassavano lo sguardo tradendo una vocazione improvvisata, mentre i turisti giravano a vuoto alla ricerca dei pochi monumenti indicati nella guida… Eppure qui si erano svolti gli anni gloriosi del Liceo di mio padre e le prime esperienze al Forte, com’era chiamato nella sua città il bordello popolare, frequentato da studenti, soldati, contadini… le prostitute che si disponevano in fila, in quell’enorme cortile, ognuna diversa dall’altra nelle loro buffe nudità: chi agitava i suoi enormi seni, chi si sfiorava il pube, rado di pelurie, in maniera ridicola, tutte comunque cercando di far coraggio a quegli uomini animati da differenti timori… E poi gli anni dell’università, le cameriere dei ricchi commercianti del centro, furbe e ingenue allo stesso tempo, ma piene di vita, desiderose soltanto di bruciarla con gioia, al termine del loro servizio, col primo studente che le facesse sentire importanti… E ora, dov’era tutto questo? La città era vuota, si rimbellettava nelle facciate dei suoi palazzi, e io avevo sottobraccio soltanto la riscrittura di un atto notorio che paradossalmente mi allontanava ancor più da quel mondo…

Due anni dopo, il cartello che indicava l’abitato di Chiaramonti mi sorprese, mentre ancora pensavo a mio padre e al terreno. Invertii la marcia e scesi per una strada bianca che metteva paura.

Il terreno stava giù, in una sorta di conca-anfiteatro ai piedi del paese. C’era anche una stradina e un agriturismo. Scavalcai il muretto di pietre a secco e salii per la ripida salita che portava a una specie di casupola dove erano presumibilmente conservati gli attrezzi da lavoro. Il terreno era vuoto di gente, e così mi divertii a indovinare i fantasmi del tempo che aleggiavano ancora tra i confini del podere… Sull’altro versante della collina c’erano i campi di grano.

Il padre del padre di mio padre era un contadino analfabeta. Marrare e trigu erano i suoi verbi più frequenti. Però a Nino era stato lui a insegnare la matematica. Alle medie, mentre marrava su trigu, nonno Giommaria lo stuzzicava con problemi di matematica finanziaria che nascevano dalla sua esperienza di lavoro: ” Se vendi 250 litri di vino a 50 lire l’uno quanto guadagni? “ Eccole, le viti, non le avevano ancora sradicate. Attraversai il ruscello. Quando Nino portava le vacche all’abbeveraggio nonno Giommaria gli stava dietro interrogandogli le tabelline… Era un uomo previdente. Sapeva che il nipote sarebbe diventato Revisore. Poi Nino andò a Sassari, e quando tornava a casa nonno Giommaria lo mandava nuovamente a marrare o a evitare lo sconfinamento delle vacche, e allora lì Nino si leggeva qualche pagina per il prossimo esame e nonno Giommaria sorrideva soddisfatto perché sentiva un po’ suo quel successo. Ai figli, ai nipoti, diceva sempre che non si regala mai niente… Aveva ragione. Io questo terreno l’ho regalato e ora mi sorgono devastanti sensi di colpa.

D’un tratto, da lontano, arrivò un uomo, che ora mi stringeva la mano. Strinsi gli occhi. Immediatamente mi tornò alla memoria: era l’allevatore che aveva comprato il terreno due anni prima a Sassari. Mi chiese come stessi, e mi raccontò una storia…

Su quello stesso terreno, nel ’48, mio padre aveva sfidato il latifondista del paese, capolista Dc, e pur perdendo le elezioni aveva ottenuto più voti di lui. Tra il lancio del guanto di sfida e il verdetto delle urne erano trascorsi accesi comizi, con la folla schierata sotto il palco e mio padre che smontava le tesi del padrone per mostrarne i punti deboli: la ripartizione delle terre, la privatizzazione dell’energia elettrica, i salari dei braccianti… e quando qualche anziana, incerta, gli chiedeva dove apporre la croce, lui le diceva di farlo sopra la falce e il martello, che così li avrebbe cancellati… poi erano giunte le prediche dal pulpito, e la scomunica, ma mio padre, che cattolico lo era veramente, cattocomunista diremmo oggi, non aveva ceduto, e anzi ci era entrato spesso, in chiesa, che lui ci credeva davvero in quel miracolo dell’ostia, che era fatta pure quella col grano dei braccianti. Così, il giorno dello spoglio, non era stata una sorpresa quel primato di voti che l’aveva introdotto comunque fin dentro il Municipio, con l’appoggio di tutti i braccianti e i piccoli proprietari che avevano sempre creduto in lui proprio come lui aveva sempre creduto in loro.

Mi persi per un attimo in quei racconti, che erano stati i racconti che mio padre stesso faceva a me per svelare il fascino del tempo, e mi accorsi che quell’uomo mi sorrideva. Improvvisamente mi prometteva di mantenere il campo di grano e anche le viti. Mi chiamava figlio di mio padre, e finalmente capii. Lo abbracciai, e rivolsi la mia auto verso Cagliari, convinto finalmente di aver salvato, appena in tempo, forse senza volerlo, qualcosa di prezioso…

Oggi ho liquidato il saldo rimanente relativo alla pratica del terreno. Mi sono sentito improvvisamente più leggero, come se improvvisamente mio padre mi avesse dato una pacca sulle spalle, di quelle che sottolineavano l’orgoglio che sicuramente, anche lui, provava nei miei confronti…

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