Scuola 2.3.

È così. Ci si abitua spesso e presto anche alle cose peggiori. Col tempo si arriva addirittura a cercarne i lati positivi.
Così con la Dad. Ora che non esiste più una prospettiva di riapertura, dopo che il Primo Ministro ha affondato un uno-due che probabilmente ci terrà a casa sino a Natale, si dice che era ora che si usassero i dispositivi informatici e che forse non si tornerà più indietro, che questo lockdown in fondo ha fatto bene alla scuola.
Bene? Vorrei che quelle persone che ribadiscono meccanicamente queste deboli certezze guardassero lungo i layout che colorano gli schermi poggiati sui tavoli da cucina e sulle piccole scrivanie stipate di libri ormai inutili. Vedrebbero visi stanchi, privati di quella vitalità che soltanto un sano scontro di ormoni e saliva può dare.
Intanto io mi perdo nei visi e nelle ingenue curiosità dei miei ragazzi, e l’unica cosa che chiedo loro è di farsi vedere oltre le telecamere.
È tornata a girare, di nuovo, con insistenza, l’espressione Lockdown totale, erano mesi che non si avvertiva così minacciosa e io voglio tenerla lontana dai nostri discorsi, far finta gioiosamente di nulla.
Le scuole superiori sono già off limits e il cerchio dell’inattività coatta è chiuso.
La mattina è sempre dura, ma da quando è ripresa la Dad è pure peggio, non hai lo schiaffo procurato dall’aria fresca respirata appena uscito di casa, il profumo del caffè al bar, la battuta stupida ma confortante dei colleghi.
Ti svegli dal letto, ti lavi, al massimo butti giù un cattivo caffellatte e sei già pronto per far lezione davanti a un anonimo pc.
Talvolta fatichi a mettere a fuoco ciò che vedi dall’altra parte dello schermo e non sai se sei ancora nel mondo dei sogni o nella realtà, anche se virtuale.
Rispetto a quello di marzo e aprile, questo lockdown è più duro da digerire.
Ci si sta talmente abituando a rimaner nascosti nella propria tana, che quando si riesce a uscire si prova un senso di sconvolgente rinascita. Ieri mi sono fermato con alcuni pescatori ad ammirare le luci del porto e ci siamo sentiti per un attimo bambini… ma questo chi decide non può saperlo. Non può sapere che sta costringendo docenti e studenti a una nuova prigionia e che l’unica soluzione è far finta che i soldati che stanno venendo a prenderti ti portino in fondo in un luogo migliore. Scherzare, arrampicarsi affettuosamente sull’ultimo fronte rimasto, quello delle parole. E resistere in attesa di tempi migliori.

Scuola 2.2.

Dopo appena una settimana di lezione ho avuto una vivace discussione con la mia nuova classe di brillanti polemisti.
“Professore, se chiudono le discoteche, devono chiudere anche le scuole…”
“E perché, non ti pare che le scuole siano più importanti delle discoteche?”
“Ma a scuola ci si va in autobus, e gli autobus sono tutti pieni…”
“A parte che anche in discoteca ci si va in autobus, non ti pare che il problema stia nella gestione degli autobus e non nella scuola?”
“Ma…”
Ma, ma, ma, ma.
Certezze inconfutabili contro dubbi dialettici. Una battaglia aspra.
Però mi ha tenuto testa.
Dovrò tenerla d’occhio, la giovane ragazza senza dubbi.
Finché siamo a piede libero.
Già. E poi un Dpcm alla settimana è troppo, spinge verso il lockdown. I numeri sono alti, è vero, ma la società sta reagendo bene. La scuola, anche a detta della Politica, è il luogo più sicuro, e il problema dei trasporti non può diventare il pretesto per rimangiarsi le più sincere convinzioni.
Decidere per forza è una tentazione diabolica, e chiudere i locali un’ora prima della settimana precedente o passare dalle società amatoriali a quelle dilettantistiche per sancirne la chiusura, rischia di diventare una misura inutile quanto dannosa. Più che intervenire occorre prevenire, costruire alternative per il futuro.
Ormai si sfiorano i ventimila casi di contagi e già il governo è pronto a varare provvedimenti pesanti.
Spero soltanto che non si vada verso la serrata, per tanti sensati motivi, ma il primo è senz’altro che dietro ogni commerciante c’è un’intera famiglia che vive del proprio lavoro.
Se qualcuno vuole chiudere deve garantire un equo rimborso a queste persone.
Chiudere. Ma è poi veramente utile? Non sarebbe meglio rinforzare, per esempio, il trasporto pubblico con mezzi Granturismo, come si sta facendo a Roma? A questo punto chi vuole stare a casa ci stia, mentre gli altri possono continuare a vivere seguendo le regole come hanno fatto finora.
Io non so se le scuole chiuderanno di nuovo, soffocate dalle mille difficoltà amministrative e sociali in cui si stanno dibattendo, ma una cosa è certa. Questo rientro in presenza è stato già un successo, e gli stessi ragazzi, pur imbavagliati e immobili l’hanno vissuto come tale. Così, sentirsi dire: “Prof, ci manda sulla piattaforma un compito da fare”, è una sorta di rivoluzione copernicana, senza eguali. Come se paradossalmente il punto più basso dell’esperienza scolastica degli ultimi anni abbia generato naturalmente una consapevolezza nuova. Che la scuola sia per tutti il valore più importante.
Trentamila casi, e dopo quattro mesi è ripresa la Dad.
La spensierata pausa estiva non è stata più di un’illusione.
La mancanza di investimenti, o semplicemente la malignità del virus, hanno riportato tutto come a giugno.
E d’incanto le chat sepolte in fondo all’elenco da mesi si riaccendono tutte, infittendosi di post preoccupati, di quesiti angosciati… “Prof, ma da domani riprende la Dad? Come faremo? E con gli occhi? Lo sa che lo schermo del Pc stanca la vista?”
Mi precipito a rispondere, c’è appena il tempo di creare le classi virtuali per domani alle 8.00, ed è già ora di cena.
La familiarità e l’affetto coi ragazzi cresce. È come se da sempre avessimo lavorato in Dad. Oggi un’alunna si è preparata una crêpe davanti a tutti noi mentre un compagno si rollava una cicca. Un altro è uscito dalla doccia con l’accappatoio ancora umido, mentre il gatto di S. faceva le fusa. In effetti siamo una simpatica compagnia. Peccato soltanto che non ci si possa più vedere, darsi la mano, abbracciarsi, sentire che siamo ancora vivi.

Scuola 2.1.

Non sono più un ragazzino di primo pelo, ma al primo collegio di quest’anno, per la prima volta dopo tanti anni, troppi mesi di non scuola, qualche giorno d’angoscia, ero quasi felice di cominciare un nuovo anno.
Dopo un’estate rigenerante, non mi mancava certamente la Dad, quelle lunghe cerimonie per apparire pronto e passabile al filtro delle telecamere, il rischio di mandare in onda i suoni della famiglia, la goffaggine nell’aprire il collegamento, e così vedere era bello, anche se toccare vietato e il futuro guastava la gioia.
Appena si girava l’angolo, infatti, si era risvegliati dalla batteria di dispenser all’ingresso delle aule e impossibile era pensare che tutto potesse continuare come nei primi, ottimistici giorni.
L’unica cosa certa di quest’inizio di anno scolastico era che i ragazzi non avrebbero più potuto fare i ragazzi.
Non si sarebbero più incrociati con gli amici degli altri corsi all’ingresso, non si sarebbero dati più pappine all’uscita, non avrebbero potuto più dirsi nelle orecchie i segreti tenuti compressi per ore. Nessuno avrebbe aspettato più il compagno reo d’averlo provocato in classe per fargliela pagare, e in autobus al massimo avrebbe potuto regalargli uno sguardo triste e impotente.
La merenda avrebbe dovuto portarsela da casa, e la mascherina pure, e non avrebbe potuto togliersela se non per chiedere al professore di alzare la voce, che con questi bavagli si perde pure il suono delle parole.
L’unica cosa certa di quest’inizio di anno scolastico era che i ragazzi, in queste tre, o cinque ore, di quarantacinque o di cinquanta minuti, avrebbero dovuto rispettare le regole soltanto per paura, pura, incomprensibile, banale paura.
Nonostante ciò questo rientro in presenza era già un successo, e dagli stessi ragazzi, pur imbavagliati e immobili, è stato vissuto come tale. Così, sentirsi dire: “Prof, ci manda sulla piattaforma un compito da fare”, è stata una sorta di rivoluzione copernicana, senza eguali. Come se paradossalmente il punto più basso dell’esperienza scolastica degli ultimi anni abbia generato naturalmente una consapevolezza nuova. Che la scuola sia per tutti il valore più importante, nonostante la classe perfetta sia ora rappresentata da un gruppo di dodici alunni distanziati e immobili, e con le mascherine tirate su come il regolamento prevede. D’altronde il lockdown ha fatto i suoi danni, e anche se non lo vogliono ammettere loro sono contenti d’essere a scuola. Certo, le regole impongono un’osservanza ferrea, a cui non sono abituati, ma dopo un po’ è solo una questione di ritmo.
Mascherina, distanziamento, dispenser… mascherina, distanziamento, dispenser.
C’è chi si chiede che senso abbia tutto questo, se poi, oltre il cancello, si ammassino tutti sui pullman stipati, ma la scuola deve dare l’esempio, e in fondo questo è il ruolo che le compete.
Ogni storia, anche la più brutta, ha la sua percezione più profonda.
Questa è ancora inafferrabile, ma non è lontana dall’essere compresa. L’emergenza si pratica sul campo, non in teoria. Chi critica la coraggiosa ostinazione dell’istituzione scolastica a volerci provare, non ne ha capito la funzione più profonda, che è quella di favorire le dinamiche sociali più complesse per curarle, e guidarle al risultato migliore.
Si vocifera di classi, di scuole chiuse, ma la sfida più grande dev’essere quella di abbattere le paure con la volontà di resistere, aggrapparsi a un’aula, una Lim, un tablet che potrebbe salvarci la vita.
“Prof, ma quest’anno ci saranno i laboratori, i Progetti, l’alternanza?”, queste sono le domande più belle, e già poter rispondere di sì rappresenta una vittoria senza eguali.

Auguri, Diego!

Oggi Diego Armando Maradona compie 60 anni.
El pibe de oro, che con i suoi tocchi da funambolo e la sua intelligenza tattica, negli anni ’70 e ’80 aveva incantato il mondo, in Argentina prima, in Spagna e in Italia dopo, è entrato in quella fase della vita in cui le sue doti non possono più far dimenticare la debolezza tipica dell’uomo.
Eppure, il mistero di un grande, il suo fascino in fondo è tutto nelle sue contraddizioni. Come può un calciatore dalla vita sregolata, dedito pesantemente alla droga, essere diventato un mito? E Diego lo è, icona della memoria, riferimento dei ricordi di un’intera generazione.
Basterebbero quei due goal all’Inghilterra, così diversi eppure così perfetti e iconici nella successione stretta di una sola partita di calcio a spiegarlo. Il più bello, poi definito addirittura goal del secolo, appena dopo un altro altrettanto famoso deviato con la mano. E in questi due episodi in un certo qual modo è riassunta l’intera personalità di Maradona, divino con la palla al piede, sregolato appena la tensione del gioco si spegneva.
Come a Napoli, dove negli anni in cui raggiunse l’apogeo della sua carriera fu addirittura sospettato di frequentazione con i boss camorristi o dove, soprattutto, è diventato un mito per il suo popolo che, si sa, è molto viscerale… e poi la vita sregolata appartiene a chi vive in modo sregolato fra droghe e denaro, come gran parte delle curve degli stadi, a Napoli in particolare. Dove gli fu addirittura dedicato un altarino all’interno del quale in una teca era custodito un suo capello.
Da allora, come tutte le stelle in caduta, come Napoleone a Sant’Elena, Diego ha collezionato diverse sospensioni per uso di cocaina, la più famosa, per positività al test antidoping al mondiale americano, quando sembrava che fosse nuovamente in grado di prendere per mano la sua nazionale.
Al pari di Best, Garrincha, Gigi Meroni, Hugo “El Loco” Gatti, tutti genio e sregolatezza, Maradona ha acceso la fantasia degli appassionati diventando un mito anche se poi nella vita fu tutt’altro che un modello da seguire.
Capace di gesti deplorevoli come il primo mancato riconoscimento del figlio avuto da Cristina Sinagra a Napoli o le controversie con il fisco italiano, ma anche di prese di posizioni carismatiche quando strinse forti amicizie con personaggi leggendari e scomodi come Castro e Chavez, Maradona è soprattutto stato unico, e per questo non si può far a meno di ricordarlo con l’affetto dei figli rispetto a un padre immaturo ma affascinante…
Auguri, Diego!

di sangue e di ferro

Di sangue e di Ferro è il secondo romanzo di Luca Quarin, master design e scrittore friulano che la casa editrice Miraggi di Torino lancia sul mercato editoriale con il consueto entusiasmo e la professionalità che la contraddistingue da ormai dieci anni.
Di sangue e di ferro è la storia romanzata della famosa strage di Peteano, in cui persero la vita tre carabinieri e di cui furono a lungo sospettati alcuni militanti di Lotta Continua. Due di loro, nel tentativo di sfuggire all’arresto, persero la vita, lasciando il figlio di tre anni orfano, mentre venivano arrestati e poi rilasciati alcuni balordi della zona. Dieci anni dopo, un esponente di Avanguardia Nazionale decide di assumersi la responsabilità dell’attentato di Peteano, non perché pentito, ma perché determinato a rendere pubblici i rapporti tra l’estrema destra e gli apparati dello Stato, che si erano attivati per coprire la matrice fascista dell’attacco.
Andrea Ferro, il figlio dei due ragazzi di Lotta Continua, all’inizio del romanzo ha più di vent’anni e un passato scolastico tutt’altro che brillante. Fa il ricercatore alla facoltà di Lettere di Torino e arrotonda cantando Cat Stevens in un locale alternativo. Ha trascorso l’intera infanzia a combattere senz’armi contro l’anaffettività convinta della nonna, è stato appena abbandonato dalla compagna, e così, approfittando della telefonata dell’infermiera della nonna, decide che è arrivato il momento di interrogarsi sulle sue radici. Trova la nonna aggredita dai primi segni dell’Alzheimer, ma i ricordi della famiglia, netti, gli tornano subito alla mente, a ritroso, dal Brasile, a Venezia, all’arrivo a Udine dove la nonna è nata, e con lei il padre e lui stesso, dove il padre è morto e lui scappato. E con i ricordi e gli incubi del protagonista, le testimonianze sulle indagini riguardo la strage di Peteano e i rapporti con Gladio, Piazza Fontana e Feltrinelli. Perseguitato dall’autore di un manoscritto spedito alla Casa editrice con cui collabora, il protagonista comincia a porsi diversi interrogativi… i nonni di Andrea, fascisti, amici di Freda e Ventura, cos’hanno da spartire con i suoi genitori, giovani comunisti idealisti morti alla fine di un inseguimento con la Polizia tanti anni prima?
E così Quarin, tra una sbronza e un incubo in cui confonde finzione e realtà, sino a un finale a sorpresa che non riveleremo, disegna per schizzi e associazioni la storia di un’Italia isterica, dalle ceneri violente della Repubblica Sociale all’età del terrorismo e dei segreti di Stato.
Con uno stile chiaro e incisivo l’intreccio si dipana in un’alternanza di episodi privati e pubblici che rivelano la realtà di una strage atipica, quasi un passaggio obbligato nelle alleanze mutevoli che per tanti anni hanno unito movimenti rivoluzionari di destra e vertici dello Stato.
Quarin sceglie un episodio minore della cosiddetta strategia della tensione per mettere in luce segreti e reticenze di un oscuro periodo della nostra storia, e lo fa mettendo l’accento sull’aspetto privato della vicenda, di cui spesso ignoriamo i drammi e le ripercussioni personali, ma che a volte scivolano cinicamente da una generazione all’altra, e in modo tutt’altro che indolore.
Di sangue e di Ferro è un libro necessario e geniale, che si legge piacevolmente, regalandoci una storia a tratti appassionante e carica di significati tutti da esplorare.

A pelle scoperta.

A pelle scoperta è un libro di racconti brevi scritto da Francesca Piovesan e pubblicato da Arkadia nella collana Sidekar nel Settembre del 2019.
La Piovesan è una narratrice istintiva, che ferisce con la sua sincerità naturale, senza limiti, piegata tra i gomiti di vicende talmente vicine alla nostra vita che ci costringono a rileggerle più volte per trovarvi l’ombra della riflessione che è dentro di esse.
Lo stile è secco. Essenziale. Le storie piccole, come ci scrive la stessa autrice nell’autocitazione all’inizio del volume. Ma non per questo trascurabili. Anzi. Nell’apparente banalità degli atti di questi personaggi un po’ buffi, paradossali, c’è tutta la profondità di una vita non vissuta fino in fondo.

Dino frequentava la chiesa solo per presenziare ai matrimoni e ai funerali. Anche quando parlava con qualcuno del paese diceva proprio in questo modo: presenziare. Lo riteneva un verbo autorevole, rispettoso e signorile. La sua era da considerare una presenza in senso compiuto.

I protagonisti dei quindici racconti del libro vivono vite spesso sprecate, incomplete, volontariamente, nel rifiuto di un futuro che appare loro proibito, o nell’accettazione di dettagli fatidiosi che guastano il presente. Vite precarie, sospese nel passato. Aleggia, nei loro gesti, una sorta di matura rassegnazione che gli fa accettare con serenità soluzioni di comodo. Eppure nulla è più vero delle loro storie.
Avere un’amica di Facebook pur amando la moglie che però va a letto più presto di te, essere una madre separata in libera uscita perché tuo figlio è per il weekend dal padre.
A pelle scoperta è un libro profondo, sensibile, con uno stile, ampio, già riconoscibile, e tra le righe l’identità di una scrittrice che non ha paura di mostrare ciò che vede, dentro di sé e dentro le altre persone.

Saluti. Cronache dal Corona virus. 15.

Oggi ho salutato i miei ragazzi di Quarta. Ragazzi che conosco bene, alcuni da cinque anni almeno, e gli ho dato appuntamento esattamente fra tre mesi. Ora, è proprio strano come si alternino le stagioni in quest’ultimo, particolare anno. Tre mesi. Quanto una stagione. Tre mesi, quanto il tempo che è trascorso da quando, quel 4 marzo, ci eravamo salutati per rivederci il giorno successivo. Ho cercato di ricordare cosa avessimo fatto esattamente quel mercoledì. Mi sono sforzato, a lungo, di disegnare i particolari di una giornata che allora era trascorsa nella più assoluta normalità. E poi mi sono ricordato. Quel giorno era successo di tutto. Alla prima ora, mentre ancora quei ragazzi eternamente svogliati si svegliavano appena, stropicciandosi gli occhi, avevo parlato delle Ultime lettere di Jacopo Ortis. Perché l’avevo fatto? Una crudeltà del genere doveva avere una motivazione chiara, ancorché contingente. Comunque, dopo una breve pausa, dovevo essermene reso conto perché avevo preso a parlare della nascita del romanzo, così, a braccio, leggendo passi di Defoe, citando le riviste dell’epoca, proiettando brevi documentari sulla nascita delle rotte commerciali in Inghilterra. Affascinandoli. E, per una volta, interessandoli a una materia che avevano sempre trovato terribilmente noiosa. Ecco il motivo per cui mi ero accanito quella mattina. Quell’inguaribile avversione della classe alla letteratura, che tanto mi indignava, soprattutto la sera, quando, ripensandoci, mi arrovellavo su di essa e promettevo esemplari vendette. Eppure, in classe, quel risentimento si era trasformato in empatia. Oggi, i ragazzi hanno dato le ultime verifiche. È stata una passerella di esposizioni stentate, dettate unicamente dalla fretta di chiudere prima della successiva videolezione. Oggi è finito l’anno, ma a Settembre si ricomincia. In classe.

Oggi la Quinta non l’ho salutata. Ci rivedremo tra dieci giorni. Forse anche la settimana prossima, per rincuorarci a vicenda. Prima di incrociarci fisicamente all’Esame. Ieri gli esperti ci hanno spiegato come. Sembrava il piano di un’esercitazione militare. Il responsabile della Sicurezza appariva preoccupato, schiacciato quasi dagli obblighi che l’ultima ordinanza sulle misure di contrasto alla diffusione del Covid gli aveva fatto cadere addosso. Si trattava di garantire quattro postazioni con ingressi e uscite differenziate, diceva, nonché processi di sanificazione estenuanti ogni qualvolta ogni pedina di questo complesso gopang si sarebbe spostata. Di fronte alle giustificate obiezioni dei suoi colleghi lui ribadiva ostinatamente la necessità, da parte del candidato, di arrivare a scuola senza alcun oggetto se non il documento personale, al massimo una pen drive e una bottiglietta d’acqua sigillata. Ho sofferto per lui. Ho sofferto per me, pensando all’obbligo della mascherina, ai tragitti obbligati da percorrere, alla reclusione nell’aula d’esame, ma soprattutto a quei due metri che mi divideranno dai ragazzi, privandomi dell’abbraccio che ho sempre regalato a un futuro che ci avrebbe definitivamente diviso. Con la classe non ho parlato di questo, c’era da comprendere il dramma dell’Albatros e dei rondinini. Smussare i giudizi che negli anni avevano aggiunto banalità ai versi sorti spontaneamente dagli animi feriti di quei poeti ingenui.Con la classe ci rivedremo la settimana prossima, e anche quelle A e quelle O impresse sugli schermi ci faranno sempre pensare alle vocali di un giovane ebbro che predicava a Parigi piuttosto che alle sigle di un esame segnato dalle regole e dalla paura. Lì segneremo il distacco tra un anno che non vogliamo comunque si chiuda e un’appendice oscura, misteriosa, che ci fa sentire più cavie che eroi.

Fine Covid. Cronache dal Corona virus. 14.

Oggi ho pensato a una delle conseguenze in fondo meno gravi di questa anomala, lunga fase di didattica a distanza.

Ho pensato a quando, a maggio, le lezioni in presenza, tra fragranza d’ascelle e inevitabile stanchezza da sforzo prolungato, ancorché ai nostri occhi ingiustificato, evocavano nei nostri alunni con urla laceranti le sospirate vacanze.

Ora, al massimo, ci sarà un laconico “ragazzi, oggi, se il calendario non ci inganna, siamo arrivati all’ultima videoconferenza… ciao, ciao, ci vediamo fra tre mesi, non so ancora come…”

Triste.

Così mi sono stufato di parlare di pandemia.

Voglio pensare che a quello che il mondo era prima ci si possa tornare e pure presto, e benché anch’io abbia fatto la mia parte, perché davvero in quei giorni mi sentivo protagonista di qualcosa di personale che forse non proverò più, ora basta. Basta, perché è come se con l’inizio della fase 2 quelle emozioni abbiano perso il loro valore originario. E poi non c’è più ironia, forse è colpa del Covid stesso, si legge di molta gente che s’offende ancora se si mette in dubbio l’incontrastata forza del virus, quasi fosse una loro questione personale. E così ho pensato di cosa potrei parlare, e mi è venuto in mente il fatto che oggi non ho potuto vedere le Frecce tricolori perché avevo una videointerrogazione che non potevo rimandare, e non potevo rimandarla perché, nonostante fuori brillasse il sole, la gente fosse quasi tutta senza mascherina e i ristoranti continuassero ad aprire i loro spazi, noi eravamo ancora tutti legati agli orari improrogabili della Didattica a distanza.

Dunque? E’ proprio impossibile riuscire a non parlare di questa pandemia e delle sue conseguenze? E così mi viene un dubbio, che forse per noi insegnanti la Pandemia non sia ancora finita, sino al 17 di giugno almeno, quando riceveremo uno alla volta i coraggiosi superstiti di questo disgraziato anno scolastico per la prova più importante della loro vita, l’esame di maturità. Ancora tre settimane, ma allora almeno voglio pensare che tutto tornerà come prima. Una volta per tutte.

Una timida eroina.

Il 27 Settembre del 1871, centoquarantasei anni fa, nasceva Grazia Deledda (sarà registrata soltanto il giorno successivo al Tribunale dello Stato Civile di Nuoro), la maggiore scrittrice sarda, insignita addirittura, prima donna in Italia, del Premio Nobel.

Il padre, Giovanni Antonio Deledda, era laureato in legge, ma non esercitava la professione. Agiato imprenditore e possidente, si occupava di commercio e agricoltura; si interessava di poesia e lui stesso componeva versi in sardo, aveva fondato una tipografia e stampava una rivista. Fu sindaco di Nuoro nel 1863. La madre era Francesca Cambosu, donna di severi costumi e dedita alla casa; educherà lei Grazia, facendola seguire privatamente, guidandola in una preparazione da autodidatta e selezionando le persone utili alla sua formazione.

Grazia era una donna piccola, insicura, soprattutto della sua bellezza, che in verità le mancava proprio. Ma la determinazione, l’ambizione, tutte sarde, quelle sì, le possedeva, dalla più giovane età, sempre china sui libri, a leggere, a copiare modelli e caratteri di un mondo che lei, figlia di un ricco possidente autoritario, non conosceva per contatto diretto. Nell’epistolario con Angelo De Gubernatis, studioso del folklore e orientalista, Grazia descrive la sua come una famiglia borghese ma paesana, che però le permette di usare molte libertà, soprattutto nello scrivere e nel leggere ciò che vuole e ricevere a casa sua qualunque amico.

Qualche anno più tardi, la famiglia venne colpita da una serie di disgrazie: il fratello maggiore, Santus, abbandonò gli studi e divenne alcolizzato, e il più giovane, Andrea, fu arrestato per piccoli furti. Il padre morì per una crisi cardiaca il 5 novembre 1892 e la famiglia dovette affrontare difficoltà economiche.

Il 22 ottobre del 1899, dopo un breve viaggio a Cagliari, le si schiuse quel mondo fino ad allora soltanto sognato. Si era appena interrotta drammaticamente una relazione e a Grazia Nuoro ormai apparve come un luogo primitivo. La scrittrice, benché giovane, aveva già pubblicato sei romanzi e diversi racconti, tutti con Case editrici del Continente. La Via del male aveva avuto persino una positiva recensione da parte di Capuana. La sua era stata una vocazione curata, conquistata con il lavoro e la privazione degli affetti sociali. In quel periodo Grazia era volubile, forse stanca, ma un che di barbaricino nel suo carattere non si poteva certo escluderlo. Eppure, quando a un ricevimento dalla sua padrona di casa, donna Maria Manca, conobbe il suo amore di una vita, l’intendente di Finanza Palmiro Madesani, lei parve accendersi improvvisamente di incontenibile vitalità e affetto. Dopo un breve scambio di corrispondenza, i due si sposarono. Palmiro era un uomo bello, disinvolto, pacato, e lei di più non poteva desiderare.

Arrivati a Roma, passarono dodici anni prima che la coppia arrivasse alla dimora definitiva, un villino immerso nel verde in via Porto Maurizio, che la scrittrice fece arredare da un ebanista sassarese, Gavino Clemente. La cura della casa, unita alla scrittura ininterrotta per tutta la sera, però, la sottrasse totalmente, nel giro di poco tempo, a tutti i suoi cari e in particolare al marito. Nelle estati tra il 1908 e il 1911 Grazia si recò a Nuoro senza il marito: ancora una volta dal suo epistolario ne risulta una moglie riconoscente al marito per la bontà dimostrata nel lasciarle quell’autonomia che pur a tratti la fa sentire in colpa.

Difficile definire la poetica della Deledda: non fu né una Verista, né una Decadente, piuttosto fu molto attaccata alle tradizioni della propria terra, la Sardegna. Ci fu soprattutto in lei la volontà di fondare su queste tradizioni la sua ricerca della propria identità, in particolare attraverso la narrazione d’invenzione, e ispirandosi spesso a personaggi minori che lei rendeva universali. Il suo rapporto con Nuoro, i suoi abitanti, la sua famiglia, specie la parte debole, rappresentata dai due fratelli e dalla sorellina, è complesso, diviso tra il malessere causato dai pettegolezzi nei suoi confronti e un’attrazione quasi arcana per la sua terra. E infatti, tra tutte le critiche, quella che la irritò maggiormente fu proprio quella di un nuorese, Leopoldo Carta, che l’accusò di riadattare nei suoi romanzi nient’altro che contos de foghile… racconti del focolare. Non è vero, sostenne lei… il contenuto dei suoi romanzi era unicamente ispirato alla realtà!

C’è poi da dire che, per lei, l’arte e il desiderio di compiacere il più possibile il grande pubblico convissero sempre, anche se, in particolare nei confronti degli incarichi giornalistici, fu più insofferente e vi cedette soltanto perché spesso erano pagati molto bene.

La sua opera fu comunque apprezzata da Giovanni Verga, mentre con Luigi Pirandello regnò sempre una reciproca diffidenza: il romanzo Suo marito, che Pirandello scrisse nel 1911, ne fu un clamoroso esempio… la descrizione del marito della scrittrice, così premuroso e ironico, nacque forse proprio a causa dell’invidia che quel rapporto moderno suscitava in lui, che invece a casa sua ormai viveva l’inferno.

Il successo dei drammi di Pirandello la spinsero a calcare anche lei le scene, e Grazia si misurò con il teatro anche se poi, dopo due sostanziali fiaschi, nel pieno della moda della cultura popolare sarda, mise in scena addirittura un’opera lirica, La Grazia, musicata da Michetti, e che ebbe un discreto successo.

Quando, sul finire del ’27, dopo diverse indiscrezioni arrivò la notizia del Nobel, la Deledda si apprestò diligentemente a partire per Stoccolma, in treno e con non poche recriminazioni sui costi del viaggio. A Stoccolma, tra un appuntamento e l’altro del complesso protocollo, Grazia fu ritratta soprattutto per la sua timidezza e la sua cura della famiglia, anche se lei si ribellò a questa etichetta in nome della consapevolezza necessaria a un artista e della sua opera citò soprattutto i personaggi della sua terra e i romanzi che le erano più cari: Elias Portolu e Canne al vento.

Al rientro dal viaggio, incontrò Mussolini e lei si comportò con il massimo realismo: così, quando il Duce le chiese cosa potesse fare per lei, lei lo pregò di liberare dal confino un suo concittadino. La sua ultima intervista fu del ’35 e lei vi ribadì la sua distanza dalla critica e la vicinanza ai suoi lettori. In seguito a un intervento di rimozione di un cancro al seno, si tuffò ancora di più nel lavoro, e grazie a Gavino Gabriel registrò la sua voce per la Discoteca di Stato. Quando, poco dopo, per le complicazioni del male morirà, resterà di lei soltanto questa registrazione e le poche immagini della cerimonia del Nobel insieme al marito.

Domani è un altro giorno.

Domani è un altro giorno, ultima fatica di Giampaolo Cassitta, uscita ai primi di marzo edita da Arkadia, proprio all’inizio della pandemia, è un’opera diversa di un autore, già narratore di trame gialle e del mistero italiano, ma anche scrittore sensibile e delicato, come già ampiamente dimostrato ne Gli ultimi sognano a colori, racconto della vita coraggiosa, intensa e a colori di padre Salvatore Morittu, colori che sono la chiave di tutto, che illuminano la vita, improvvisamente, quando la luce è un piccolo francescano che appare, provvidenzialmente, per tante persone ormai respinte dall’indifferenza, dalla malattia, dalla morte. Un libro profondo ma allo stesso tempo difficile da raccontare, quello, perché rappresentava la sintesi poetica di un’esistenza ricchissima di spunti e illuminazioni.
Domani è un altro giorno, è invece, ma solo apparentemente, una storia facile da narrare, perché intima e sincera come poche, nel suo essere una lettera diretta a una madre malata, privata dei suoi ricordi, e insieme un viaggio nella memoria che quei ricordi vuole aggiungere. Attorno alla melodia sentimentale della storia, lo scrittore sovrappone più piani, legati temporalmente e intimamente a essa, e ci regala tanti capitoli di una vita che non è solo sua ma di tutti noi. Dalla morte del papà, fortuita, all’assassinio di John Kennedy, ai film di Sergio Leone, letti tra una visita al cimitero e l’altra, in un rincorrersi tra le tombe mimando il biondo e il cattivo, al primo giorno di scuola, che quelli della nostra generazione ricordano tutti con un senso di dovuta sacralità. Fino al momento che sublima ogni storia, anche quella triste e malinconica di una piccola famiglia privata del padre… un attimo, apparentemente insignificante, che però dà una svolta, che permette di vivere egualmente, anche con l’assenza serrata gelosamente nel cuore. E allora sparisce il lutto esibito, si prende gusto alle cose, si esulta per una Cinquecento che una Ferrari proprio non è, ma è tutta tua, è la voglia di uscire, finalmente, da un tunnel.
La compiuta definizione di quel viaggio, non più orfano del capofamiglia, ha un crescendo ritmato dagli eventi, alcuni epici, altri privati, ma sempre disegnati dall’ostinata memoria della madre, e ora che lei convive con un morbo che “ha cominciato a pasticciare le date, confondere i nomi”, l’autore sente il bisogno di scandirli e ripeterli, quasi in una sorta di amorevole risarcimento rivolto a lei, la fonte di tutto.
Domani è un altro giorno è un inno di speranza nella vita, capace di cancellare ogni male dal cuore dei suoi attori. Da leggere e condividere, senza remore, perché, con questo libro, Cassitta si conferma scrittore a tutto tondo, capace di provocare legittimi interrogativi ma anche di commuovere sinceramente fin nella nostra più profonda intimità.