Fine Covid. Cronache dal Corona virus. 14.

Oggi ho pensato a una delle conseguenze in fondo meno gravi di questa anomala, lunga fase di didattica a distanza.

Ho pensato a quando, a maggio, le lezioni in presenza, tra fragranza d’ascelle e inevitabile stanchezza da sforzo prolungato, ancorché ai nostri occhi ingiustificato, evocavano nei nostri alunni con urla laceranti le sospirate vacanze.

Ora, al massimo, ci sarà un laconico “ragazzi, oggi, se il calendario non ci inganna, siamo arrivati all’ultima videoconferenza… ciao, ciao, ci vediamo fra tre mesi, non so ancora come…”

Triste.

Così mi sono stufato di parlare di pandemia.

Voglio pensare che a quello che il mondo era prima ci si possa tornare e pure presto, e benché anch’io abbia fatto la mia parte, perché davvero in quei giorni mi sentivo protagonista di qualcosa di personale che forse non proverò più, ora basta. Basta, perché è come se con l’inizio della fase 2 quelle emozioni abbiano perso il loro valore originario. E poi non c’è più ironia, forse è colpa del Covid stesso, si legge di molta gente che s’offende ancora se si mette in dubbio l’incontrastata forza del virus, quasi fosse una loro questione personale. E così ho pensato di cosa potrei parlare, e mi è venuto in mente il fatto che oggi non ho potuto vedere le Frecce tricolori perché avevo una videointerrogazione che non potevo rimandare, e non potevo rimandarla perché, nonostante fuori brillasse il sole, la gente fosse quasi tutta senza mascherina e i ristoranti continuassero ad aprire i loro spazi, noi eravamo ancora tutti legati agli orari improrogabili della Didattica a distanza.

Dunque? E’ proprio impossibile riuscire a non parlare di questa pandemia e delle sue conseguenze? E così mi viene un dubbio, che forse per noi insegnanti la Pandemia non sia ancora finita, sino al 17 di giugno almeno, quando riceveremo uno alla volta i coraggiosi superstiti di questo disgraziato anno scolastico per la prova più importante della loro vita, l’esame di maturità. Ancora tre settimane, ma allora almeno voglio pensare che tutto tornerà come prima. Una volta per tutte.

Una timida eroina.

Il 27 Settembre del 1871, centoquarantasei anni fa, nasceva Grazia Deledda (sarà registrata soltanto il giorno successivo al Tribunale dello Stato Civile di Nuoro), la maggiore scrittrice sarda, insignita addirittura, prima donna in Italia, del Premio Nobel.

Il padre, Giovanni Antonio Deledda, era laureato in legge, ma non esercitava la professione. Agiato imprenditore e possidente, si occupava di commercio e agricoltura; si interessava di poesia e lui stesso componeva versi in sardo, aveva fondato una tipografia e stampava una rivista. Fu sindaco di Nuoro nel 1863. La madre era Francesca Cambosu, donna di severi costumi e dedita alla casa; educherà lei Grazia, facendola seguire privatamente, guidandola in una preparazione da autodidatta e selezionando le persone utili alla sua formazione.

Grazia era una donna piccola, insicura, soprattutto della sua bellezza, che in verità le mancava proprio. Ma la determinazione, l’ambizione, tutte sarde, quelle sì, le possedeva, dalla più giovane età, sempre china sui libri, a leggere, a copiare modelli e caratteri di un mondo che lei, figlia di un ricco possidente autoritario, non conosceva per contatto diretto. Nell’epistolario con Angelo De Gubernatis, studioso del folklore e orientalista, Grazia descrive la sua come una famiglia borghese ma paesana, che però le permette di usare molte libertà, soprattutto nello scrivere e nel leggere ciò che vuole e ricevere a casa sua qualunque amico.

Qualche anno più tardi, la famiglia venne colpita da una serie di disgrazie: il fratello maggiore, Santus, abbandonò gli studi e divenne alcolizzato, e il più giovane, Andrea, fu arrestato per piccoli furti. Il padre morì per una crisi cardiaca il 5 novembre 1892 e la famiglia dovette affrontare difficoltà economiche.

Il 22 ottobre del 1899, dopo un breve viaggio a Cagliari, le si schiuse quel mondo fino ad allora soltanto sognato. Si era appena interrotta drammaticamente una relazione e a Grazia Nuoro ormai apparve come un luogo primitivo. La scrittrice, benché giovane, aveva già pubblicato sei romanzi e diversi racconti, tutti con Case editrici del Continente. La Via del male aveva avuto persino una positiva recensione da parte di Capuana. La sua era stata una vocazione curata, conquistata con il lavoro e la privazione degli affetti sociali. In quel periodo Grazia era volubile, forse stanca, ma un che di barbaricino nel suo carattere non si poteva certo escluderlo. Eppure, quando a un ricevimento dalla sua padrona di casa, donna Maria Manca, conobbe il suo amore di una vita, l’intendente di Finanza Palmiro Madesani, lei parve accendersi improvvisamente di incontenibile vitalità e affetto. Dopo un breve scambio di corrispondenza, i due si sposarono. Palmiro era un uomo bello, disinvolto, pacato, e lei di più non poteva desiderare.

Arrivati a Roma, passarono dodici anni prima che la coppia arrivasse alla dimora definitiva, un villino immerso nel verde in via Porto Maurizio, che la scrittrice fece arredare da un ebanista sassarese, Gavino Clemente. La cura della casa, unita alla scrittura ininterrotta per tutta la sera, però, la sottrasse totalmente, nel giro di poco tempo, a tutti i suoi cari e in particolare al marito. Nelle estati tra il 1908 e il 1911 Grazia si recò a Nuoro senza il marito: ancora una volta dal suo epistolario ne risulta una moglie riconoscente al marito per la bontà dimostrata nel lasciarle quell’autonomia che pur a tratti la fa sentire in colpa.

Difficile definire la poetica della Deledda: non fu né una Verista, né una Decadente, piuttosto fu molto attaccata alle tradizioni della propria terra, la Sardegna. Ci fu soprattutto in lei la volontà di fondare su queste tradizioni la sua ricerca della propria identità, in particolare attraverso la narrazione d’invenzione, e ispirandosi spesso a personaggi minori che lei rendeva universali. Il suo rapporto con Nuoro, i suoi abitanti, la sua famiglia, specie la parte debole, rappresentata dai due fratelli e dalla sorellina, è complesso, diviso tra il malessere causato dai pettegolezzi nei suoi confronti e un’attrazione quasi arcana per la sua terra. E infatti, tra tutte le critiche, quella che la irritò maggiormente fu proprio quella di un nuorese, Leopoldo Carta, che l’accusò di riadattare nei suoi romanzi nient’altro che contos de foghile… racconti del focolare. Non è vero, sostenne lei… il contenuto dei suoi romanzi era unicamente ispirato alla realtà!

C’è poi da dire che, per lei, l’arte e il desiderio di compiacere il più possibile il grande pubblico convissero sempre, anche se, in particolare nei confronti degli incarichi giornalistici, fu più insofferente e vi cedette soltanto perché spesso erano pagati molto bene.

La sua opera fu comunque apprezzata da Giovanni Verga, mentre con Luigi Pirandello regnò sempre una reciproca diffidenza: il romanzo Suo marito, che Pirandello scrisse nel 1911, ne fu un clamoroso esempio… la descrizione del marito della scrittrice, così premuroso e ironico, nacque forse proprio a causa dell’invidia che quel rapporto moderno suscitava in lui, che invece a casa sua ormai viveva l’inferno.

Il successo dei drammi di Pirandello la spinsero a calcare anche lei le scene, e Grazia si misurò con il teatro anche se poi, dopo due sostanziali fiaschi, nel pieno della moda della cultura popolare sarda, mise in scena addirittura un’opera lirica, La Grazia, musicata da Michetti, e che ebbe un discreto successo.

Quando, sul finire del ’27, dopo diverse indiscrezioni arrivò la notizia del Nobel, la Deledda si apprestò diligentemente a partire per Stoccolma, in treno e con non poche recriminazioni sui costi del viaggio. A Stoccolma, tra un appuntamento e l’altro del complesso protocollo, Grazia fu ritratta soprattutto per la sua timidezza e la sua cura della famiglia, anche se lei si ribellò a questa etichetta in nome della consapevolezza necessaria a un artista e della sua opera citò soprattutto i personaggi della sua terra e i romanzi che le erano più cari: Elias Portolu e Canne al vento.

Al rientro dal viaggio, incontrò Mussolini e lei si comportò con il massimo realismo: così, quando il Duce le chiese cosa potesse fare per lei, lei lo pregò di liberare dal confino un suo concittadino. La sua ultima intervista fu del ’35 e lei vi ribadì la sua distanza dalla critica e la vicinanza ai suoi lettori. In seguito a un intervento di rimozione di un cancro al seno, si tuffò ancora di più nel lavoro, e grazie a Gavino Gabriel registrò la sua voce per la Discoteca di Stato. Quando, poco dopo, per le complicazioni del male morirà, resterà di lei soltanto questa registrazione e le poche immagini della cerimonia del Nobel insieme al marito.

Domani è un altro giorno.

Domani è un altro giorno, ultima fatica di Giampaolo Cassitta, uscita ai primi di marzo edita da Arkadia, proprio all’inizio della pandemia, è un’opera diversa di un autore, già narratore di trame gialle e del mistero italiano, ma anche scrittore sensibile e delicato, come già ampiamente dimostrato ne Gli ultimi sognano a colori, racconto della vita coraggiosa, intensa e a colori di padre Salvatore Morittu, colori che sono la chiave di tutto, che illuminano la vita, improvvisamente, quando la luce è un piccolo francescano che appare, provvidenzialmente, per tante persone ormai respinte dall’indifferenza, dalla malattia, dalla morte. Un libro profondo ma allo stesso tempo difficile da raccontare, quello, perché rappresentava la sintesi poetica di un’esistenza ricchissima di spunti e illuminazioni.
Domani è un altro giorno, è invece, ma solo apparentemente, una storia facile da narrare, perché intima e sincera come poche, nel suo essere una lettera diretta a una madre malata, privata dei suoi ricordi, e insieme un viaggio nella memoria che quei ricordi vuole aggiungere. Attorno alla melodia sentimentale della storia, lo scrittore sovrappone più piani, legati temporalmente e intimamente a essa, e ci regala tanti capitoli di una vita che non è solo sua ma di tutti noi. Dalla morte del papà, fortuita, all’assassinio di John Kennedy, ai film di Sergio Leone, letti tra una visita al cimitero e l’altra, in un rincorrersi tra le tombe mimando il biondo e il cattivo, al primo giorno di scuola, che quelli della nostra generazione ricordano tutti con un senso di dovuta sacralità. Fino al momento che sublima ogni storia, anche quella triste e malinconica di una piccola famiglia privata del padre… un attimo, apparentemente insignificante, che però dà una svolta, che permette di vivere egualmente, anche con l’assenza serrata gelosamente nel cuore. E allora sparisce il lutto esibito, si prende gusto alle cose, si esulta per una Cinquecento che una Ferrari proprio non è, ma è tutta tua, è la voglia di uscire, finalmente, da un tunnel.
La compiuta definizione di quel viaggio, non più orfano del capofamiglia, ha un crescendo ritmato dagli eventi, alcuni epici, altri privati, ma sempre disegnati dall’ostinata memoria della madre, e ora che lei convive con un morbo che “ha cominciato a pasticciare le date, confondere i nomi”, l’autore sente il bisogno di scandirli e ripeterli, quasi in una sorta di amorevole risarcimento rivolto a lei, la fonte di tutto.
Domani è un altro giorno è un inno di speranza nella vita, capace di cancellare ogni male dal cuore dei suoi attori. Da leggere e condividere, senza remore, perché, con questo libro, Cassitta si conferma scrittore a tutto tondo, capace di provocare legittimi interrogativi ma anche di commuovere sinceramente fin nella nostra più profonda intimità.

Amicizia. Cronache dal Corona virus. 13.

Oggi, dopo 64 giorni esatti di clausura, sono uscito. Ho preso il coraggio a due mani, anzi a quattro mani (a proposito, a quante mani si prende il coraggio?) e mi sono messo seduto. Ora o mai più mi sono detto. Stavo disteso sul divano da un’ora a pensare alle ultime lezioni finite, alle riunioni andate, a quelle da affrontare, ai libri ancora da leggere, e ho mollato tutto. Ho scosso Matteo dalla sua rete di clausura domestica e dai suoi giochi subdoli, di cui è prigioniero come migliaia di altri bambini che da mesi non hanno più una vita sociale, scolastica, ludica, sportiva, e l’ho convinto a seguirmi. Ho preso pantaloni, camicia e piumino e siamo usciti. Fuori c’erano 25 gradi, ma a me sono sembrati francamente di più. Ricordavo ancora i primi di marzo e la brezzolina leggera che chiedeva di coprirsi da capo a piedi. Per un attimo avevo anche pensato che il piumino non bastasse. E invece mi sbagliavo. È stato lì che ho capito che il tempo per me s’era fermato per più di due mesi. Mentre scendevo le scale a piedi mi emozionavo ancora al pensiero che la primavera fosse in arrivo, e per un attimo ripensavo all’ultima sconfitta del Cagliari con la Roma, a quella maledetta doppietta di Kalinic, alla discussione che avevo appena avuto col collega sul fatto che questo cosiddetto Corona virus non sarebbe mai arrivato in Europa. Poi, mentre aprivo il portone e vedevo le strade parzialmente vuote, realizzavo che forse, quel virus, c’era arrivato e ci sarebbe rimasto per molto tempo ancora. Mi sono tolto il piumino. Sono rimasto con la mia ridicola camicia a palline, che al lavoro va messa sempre sotto il maglione d’ordinanza, e ho camminato. Diritto. Verso il Porto. Come ho sempre fatto. E mentre incontravo sempre più gente che s’affacciava timidamente agli incroci, mantenendo a fatica e in fondo controvoglia la distanza di sicurezza, formavo con loro una scia che procedeva sicura verso un punto, tra le caserme della Marina e il quartier generale di Luna rossa, dove ci aspettava un magnifico assembramento, proprio di fronte al primo lembo di mare da due mesi almeno, senz’alcun senso di colpa, per nessuno. È cosi che ho scoperto che siamo a maggio e che manca meno di un mese alla fine della scuola. Due mesi al mare. E per un attimo ho sorriso. Insieme a tutti i miei compagni di marcia.

Finalmente. Da lunedì, dopo due mesi e mezzo di imposizioni regolate da precise norme, anche se non sempre di concerto, tra governo, comuni e regioni, si potrà per tutti finalmente riprendere a frequentare gli amici. Già due settimane fa il termine congiunti aveva suscitato non poche reazioni ironiche sull’interpretazione da attribuire alla parola, ma se possibile il termine amici è ancora più ambiguo. Certo, non bisognerà esibire alcuna autocertificazione, ma cosa testimonierà effettivamente la volontà di frequentare proprio gli amici? Il sorriso. Io credo che quando finalmente sul viso delle persone, fiaccate da questi tre mesi, che alla fine saranno tali, di prigionia, comparirà stabilmente il sorriso, saremo sicuri di essere finalmente sicuri di esser riusciti a riveder la luce, e ciò grazie soprattutto agli amici.Ognuno sceglierà questa forma di libertà dell’animo, nelle forme in cui lo potrà rendere felice, già da domani, o dopodomani, magari partecipando a un seminario online di una classe di scrittura della Holden oppure entrando in chiesa, ma con l’arrivo dell’estate sarà sicuro già d’aver ricostruito la sua libertà. Incontrare gli amici, credo, significhi questo, e in questo senso rappresenta veramente tutto.

La gioia fa parecchio rumore.

Questo secondo, atteso romanzo di Sandro Bonvissuto, edito sempre da Einaudi nella collana Supercoralli, comincia con un breve trattato sull’amore. Sì, perché i libri di Sandro son così, non si limitano a raccontare una storia. La spiegano, e lo fanno con la leggerezza di un palpito che proviene dall’animo e che investe, inspiegabilmente, tutto ciò che scrive. Perché Sandro è così, vero, e non si metterebbe a scrivere ciò che non sente. Sia il dolore, il ricordo, l’amicizia, l’amore, la vita, il calcio, la squadra del cuore, non importa, perché tutto, la vita stessa, comincia quando comincia l’amore.
E così capita che l’acquisto di un divano dia il là alla storia che canta l’amore per Roma e la sua squadra.
In tutti i libri di Sandro c’è un oggetto che crea un legame tra tutti coloro che condividono un sentimento forte, siano le mura di un carcere o di una scuola, una bicicletta, un frigorifero… qui gli oggetti sono tanti, perché l’amore qui è assoluto, senza barriere, ma non può non avere un inizio da quel luogo dove un’intera famiglia spesso condivide la passione per la squadra del cuore. Perché, come ci dice l’autore, soprattutto tra padre e figlio non si possono tifare due squadre diverse. E il rischio che ciò avvenga è da scongiurare a tutti i costi. A costo di aggrapparsi alla teoria della trasmissione dei caratteri ereditari o ai piselli di Mendel. Poi capita che ogni timore sia superfluo, e il protagonista maturi una graduale adorazione per la squadra del destino, dalla collezione delle figurine dei calciatori ai riti della radio e della Tv seduti sul divano di casa, o al bar quando a casa arrivavano i parenti a rovinare la festa.
Adorazione che tocca il suo apice proprio nel momento più tragico di quella storia, a un passo dal baratro della B, quando si è pronti a far di tutto pur di scongiurare il fallimento, ed entrare così nella magica categoria de noantri. La sottile linea giallorossa che separa dalla nuova violenza contrapposta con l’altra squadra della città, a cui non si può essere pronti… soprattutto quando porta alla morte, anche se alla morte di un tuo avversario.
Il mondo che ci racconta Bonvissuto è un mondo mitico, che ha come confini il Fiume, la città e lo stadio, e ha al suo centro il bar, luogo simbolico per eccellenza perché raggruppa tutti gli altri.
Quando il tenore di questo mondo subisce delle variazioni, bisogna sempre andare a controllare, e si deve andare allo stadio, dove tutto ha origine. Come quando a Roma arriva lo straniero e ha un nome impronunciabile, come i fiumi che portano dal sud alla foresta amazzonica, ma un numero, il 5, considerato perfetto sin dalla notte dei tempi, e porta una gioia che fa parecchio rumore. Rumore quanto una parola che mai si era registrata prima, scudetto, una parola vietata in un ambiente destinato serenamente a identificare la propria passione nella sconfitta, conservatore, legato ai propri simboli, ma che si sublima solo e sempre allo stadio. Perché lo stadio, come ci dice Bonvissuto, è “l’unico luogo al mondo dove puoi vedere insieme gente che prega e gente che bestemmia, felice e triste, chi vuole vivere con chi vuole morire…”
Poi è soltanto una lunga e intima cavalcata verso quell’unica parola vietata a questo poema eroico d’altri tempi.
E così, come in un rito ciclico, perso nel silenzio del mito, si finisce nuovamente con l’amore, l’amore che mette d’accordo tutti e che vorresti non finisse mai.

Smart working e distanziamento sociale. Cronache dal Corona virus. 12.

Smart working. Letteralmente lavoro intelligente. In realtà lavoro svolto da casa, senza alcuna possibilità di uscire, di confrontarsi con la realtà viva, senza orari, con regole labili e strumenti spesso inaffidabili. Per noi insegnanti l’illusione di riprendere la vita normale si è infranta contro la necessità di continuare in questo regime lavorativo innaturale, dispendioso, logorante. Il lockdown è finito ma io in tre giorni non sono riuscito a metter piede fuori di casa, non sono stato in grado di vedere il colore del mare. La verità è che la necessità di fronteggiare lo stato d’emergenza spinge il governo a legittimare lo smart working senza accordo, senza regole. E nel futuro potrebbe diventare un comodo strumento di sottomissione delle masse lavorative più difficili da gestire. La verità è che non ricordo più i volti dei miei studenti, non sono più in grado di leggere tra le pieghe del viso i drammi tipici della loro età, non ho più gli strumenti, quelli antichi, per aiutarli. E mi aggrappo all’icona dei loro avatar per credere ancora in questo lavoro…

Oggi, dopo 64 giorni esatti di clausura, sono uscito. Ho preso il coraggio a due mani, anzi a quattro mani (a proposito, a quante mani si prende il coraggio?) e mi sono messo seduto. Ora o mai più mi sono detto. Stavo disteso sul divano da un’ora a pensare alle ultime lezioni finite, alle riunioni andate, a quelle da affrontare, ai libri ancora da leggere, e ho mollato tutto. Ho preso pantaloni, camicia e piumino e sono uscito. Fuori c’erano 25 gradi, ma a me sono sembrati francamente di più. Ricordavo ancora i primi di marzo e la brezzolina leggera che chiedeva di coprirsi da capo a piedi. Per un attimo avevo anche pensato che il piumino non bastasse. E invece mi sbagliavo.È stato lì che ho capito che il tempo per me s’era fermato per più di due mesi.Mentre scendevo le scale a piedi mi emozionavo ancora al pensiero che la primavera fosse in arrivo, e per un attimo ripensavo all’ultima sconfitta del Cagliari con la Roma, a quella maledetta doppietta di Kalinic, alla discussione che avevo appena avuto col collega sul fatto che questo cosiddetto Corona virus non sarebbe mai arrivato in Europa. Poi, mentre aprivo il portone e vedevo le strade parzialmente vuote, realizzavo che forse, quel virus, c’era arrivato e ci sarebbe rimasto per molto tempo ancora.Mi sono tolto il piumino. Sono rimasto con la mia ridicola camicia a palline, che al lavoro va messa sempre sotto il maglione d’ordinanza, e ho camminato. Diritto. Verso il Porto. Come ho sempre fatto. E mentre incontravo sempre più gente che s’affacciava timidamente agli incroci, mantenendo a fatica e in fondo controvoglia la distanza di sicurezza, formavo con loro una scia che procedeva sicura verso un punto, tra le caserme della Marina e il quartier generale di Luna rossa, dove ci aspettava un magnifico assembramento, proprio di fronte al primo lembo di mare da due mesi almeno, senz’alcun senso di colpa, per nessuno. È cosi che ho scoperto che siamo a maggio e che manca meno di un mese alla fine della scuola. Due mesi al mare. E per un attimo ho sorriso. Insieme a tutti i miei compagni di marcia.

La vita schifa di Ernesto Scossa.

La vita schifa è l’ultimo romanzo dell’attore, regista e scrittore Rosario Palazzolo, edito quest’anno da Arkadia nella collana Sidekar e candidato all’ingresso nella dozzina dello Strega 2020.
L’autore, allievo di Luigi Bernardi, costruisce in questo libro una trama vorticosa, delineata in un lancinante flash back, ma a ripartenze continue, che definiscono il personaggio del protagonista fin dentro i suoi pensieri.
Usando una lingua velocissima, senza pit stop, una lingua inesauribile, pregna di espressioni dialettali, una lingua che risucchia il lettore dentro un racconto frastornante, Palazzolo regala al tempo stesso al lettore una vera piece teatrale e uno sconvolgente romanzo sperimentale.
Domina a tratti nel suo svolgersi una prospettiva a cannocchiale che indugia sui particolari, che lentamente costruiscono la personalità di Ernesto Scossa, apprendista per vocazione, ammazzatore per mestiere.
Autobiografico, per ammissione dell’autore, Ernesto si muove dalle sabbie mobili del quartiere Brancaccio verso una realizzazione della fase adulta che però lo vede sempre passivamente incatenato alle sue radici malate.
La lingua diventa da subito protagonista assoluta del romanzo, svolta in capitoli lunghi una frase, senza una punteggiatura ortodossa, in una fluida alternanza di discorso diretto e indiretto, di incisi e digressioni, di neologismi che non sono altro che trascrizioni del parlato dialettale del capoluogo siciliano.
Il racconto comincia dal reclutamento e dalla prova, ed Ernesto pensa già a quali saranno i suoi pensieri dopo, e che ammazzare non è difficile ma far finta di niente lo è di più. E cerca continui pretesti per non crederci e torna indietro col pensiero a quando leggeva solo fumetti, a un’infanzia violata, sogna, dà importanza a particolari che nessun altro vedrebbe. Associazioni d’idee che nascono dallo scontro con una realtà che lui in fondo rifiuta e che si sublima soltanto nei ricordi personali, più profondi, in una sorta di percezione del tempo intima e irrazionale che da un particolare fa scaturire un doloroso ricordo del passato.
Ernesto in fondo è un buono. Gli manca solo il rispetto degli altri. Per questo egli non crede fino in fondo nel suo lavoro, anzi gli pare a tratti ingiusto, e trova anche, in esso, un motivo per giustificare la sua innata bontà, e allora di volta in volta aiuta un disperato a farla finita o una guardia incapace a sparire per non far più danni. E legge libri fantasy per non pensare alla realtà che si trova ogni volta davanti. E chiama per nome la sua vittima, prima di spararle, perché chi muore ha il diritto di saperlo e rendersene pienamente conto. O s’impietosisce all’ultimo momento se alla vittima le hanno portato via l’auto. E qui comincia una storia d’amore così casuale che è per la prima volta veramente amore e Scossa dimentica la paura e rifiuta persino il suo mestiere, la sua stessa vita, anche se questa, con le sue radici malate, è impossibile da estirpare.
La conclusione ha il sapore della tragedia greca, con quel poco di catarsi che la vita di oggi può garantirci. Reset. Tabula rasa. Giustizia. Termini interscambiabili, perché a Palazzolo interessa soprattutto ribadire che il male nasce dalla colpa e le attenuanti gli sono in fondo estranee. È una questione di radici, e la vita stessa ci insegna questo.
Un inno alla libertà negata.
Un autore potente e sorprendente che s’impone di diritto nel novero degli scrittori di primo piano del nostro panorama letterario.

Nelson. Cronache dal Corona virus. 11.

La fine del lockdown si avvicina e su Fb le polemiche sui rischi che la curva del contagio torni a crescere si accendono. Scontate.

Ieri la piccola figlia di un’amica è uscita in carrozzina. La mia amica ha raccontato che guardava ogni cosa come per la prima volta. Attirava continuamente l’attenzione della madre, felice.

L’altro ieri un amico mi ha chiamato, scosso. “Ho chiesto a mio figlio di dieci anni di uscire, mi ha guardato e mi ha risposto che preferiva continuare a giocare alla Play…”

Tutti noi stiamo soffrendo. C’è chi lo mostra, chi no, magari ci prova anche un sottile, indecifrabile gusto, ma nessuno può avere ragione. Perché non può esistere polemica sulla sofferenza.

Sessanta giorni. Trascorsi dolorosamente a contare le ore che dividono un giorno dall’altro, senza la prospettiva di un’uscita definitiva da questo tunnel opaco fatto di ripetitività, stanchezze e allucinazioni. Trascorsi a correre nel lungo corridoio per ore, provocando le reazioni divertite di Marci, Giovanni e Matteo.

Dicono che nei primi diciotto anni di detenzione trascorsi a Robben Island, un’isoletta davanti a Cape Town, Nelson Mandela fu sottoposto a condizioni molto dure. Celle minuscole, visite rare e brevi, cibo scarso, pessimo, sempre uguale.
Il lavoro forzato era estenuante. Passò i primi cinque anni a spaccare pietre nel cortile. Poi, per 13 anni, a scavare in una cava di calce o a raccogliere alghe fra gli scogli. Ma Nelson era un uomo dal fisico straordinario. Nelle pause tra una sessione di lavoro e l’altra, lui ogni giorno correva un’ora, sul posto, in cella. Negli ultimi anni di carcere trasformò la corsa in camminata. E sopravvisse.

Io ho un fisico e una mente fragile. Somiglio più a Forrest Gump. Non per niente gli eroi nascono ogni cent’anni. Ma corro.

Me ne faccio una ragione. Penso a domani, quando potrò tornare a camminare, e sorrido.

Dentro.

Tre racconti, in realtà. Un libro. Un percorso. Una storia al contrario, a ritroso nella vita di un individuo, dalla drammatica sorte della maturità alle prime esperienze dell’infanzia. Nella lettura non ci sono regole. Si può leggere diligentemente un libro dall’inizio alla fine, si può interromperne la lettura appena s’incontra una descrizione che si avvolge noiosamente su se stessa, si può leggerne per gusto un brano a caso, si può rileggerlo, se ti è piaciuto, per intero. Ecco. Dentro è il primo libro che ho letto da quando ho aperto il blog. È il primo libro che ho recensito. Ed è il libro che forse ha più cambiato i miei gusti di scrittore. Per la sua struttura originale, soprattutto. Tre racconti, legati flebilmente tra loro, alla vicenda di un uomo, a dichiarare un unico pensiero profondo: la prigionia dei sentimenti e il loro percorso verso il disvelamento. Dentro un carcere, una scuola, da cui si esce soltanto grazie all’alchimia stabilita con il compagno di banco, nelle pieghe del mistero del rapporto padre-figlio. L’ha scritto Sandro, Sandro Bonvissuto, che è un mio amico, prima ancora di essere un grande scrittore. Sandro finora ha scritto grandi racconti, dal sapore quasi filosofico, la maggior parte dei quali ispirati dalla sua infanzia, perché, come dice lui, il fine è dire il massimo col minimo delle parole. Tra questi fanno eccezione, appunto,  Il mio compagno di banco e Il giardino delle arance amare che, nell’edizione di Dentro del 2012, occupa quasi l’intero spazio del libro, 100 pagine, un romanzo da solo.

Il mio compagno di banco è un racconto sulla scuola, ma di una scuola vissuta dentro di noi, come una tappa della maturazione della coscienza che prima o poi dobbiamo esibire al mondo. Un racconto sul primo giorno  di scuola, e il primo giorno di scuola arriva proprio all’indomani della fine dell’epopea del cortile, segno di un ciclo che segna il superamento dell’infanzia e l’affacciarsi della maturità… il destino è scritto su un foglio attaccato col nastro adesivo al vetro della bacheca vicino all’entrata della scuola, perchè l’assegnazione della classe, a ben pensarci, è proprio una bella responsabilità che si prende il destino nei tuoi confronti, o il Ministero, o chi per lui… classe… banco… compagno di banco… ecco, quello in realtà è frutto del caso, alla fine di una corsa caotica, interrotta soltanto dall’ordine impartito da un professore, proprio quando stai per essere assalito dal panico per il fatto che non conosci nessuno… e d’incanto ti ritrovi con uno sconosciuto che probabilmente ti farà compagnia per cinque anni in un banco inspiegabilmente studiato per due… il caso, l’insondabilità di un mistero, dapprima opprimente, subito dopo piacevole, perchè l’intesa, tra due sconosciuti, può nascere anche dalla comune consapevolezza del non saper nulla… e il non saper nulla suggella, come in un patto d’acciaio, un’amicizia fatta di assolute condivisioni, come se il destino, fecendo sedere assieme due persone su uno stesso banco, poi debba giustificare la necessità di muoversi, giocare, cambiare classe, sempre e soltanto assieme… è la nascita di un noi, di un’amicizia che niente più può separare e che la scuola ha creato, a dispetto di quel principio di merito che ne è alla base e che minaccia continuamente la solidità di un rapporto che invece niente ha di razionale…

Il giardino delle arance amare è, invece, un poemetto sul mondo del carcere e il titolo del volume allude profondamente a esso… Un uomo viene accompagnato verso un carcere senza una parola, nonostante le sue pressanti domande. Appena dentro smette di parlare, come se improvvisamente tutto sia diventato inutile. La cella è una stanza buia di pochi metri quadri. Due letti a castello sui lati e un cesso-cucina maleodorante. I letti sul lato opposto sono occupati. Antonio. Babatunde. Nomi che si rivelano all’alba, dopo una notte insonne. Dentro è tutto chiuso, come in un gioco di scatole cinesi, e quando è aperto è aperto verso l’interno, dentro il nulla. Come il cortile, che assomiglia a una piscina con tanti pesci uno uguale all’altro, che non hanno dunque nulla da dirsi. Una sorta di capolavoro del male, circondato da mura che rasentano la perfezione, sempre e soltanto del male. Anche la morte, in carcere, arriva da dentro, e spesso ha il sapore definitivo del suicidio. Persino la Tv trasporta il detenuto in giro per il mondo lasciandolo però, in fondo, dentro, fermo nella sua impotenza. E la biblioteca non ha libri da offrirti perchè sono tutti dentro, le celle, a riempire un vuoto che soltanto i libri possono illudere di fare… Dentro c’è poco spazio e tanto tempo, un po’ il contrario dell’esterno, dove c’è poco tempo e tanto spazio… Bellissima è la parte dove un ragazzo viene trascinato in carcere e interrogato davanti a tutti gli altri detenuti… ha commesso un omicidio, è evidente, ma viene sostanzialmente condannato all’ergastolo per direttissima, sulla base di una legge, la ex Cirielli, firmata fuori da politici inquisiti… qual è il senso di una legge che condanna così impunemente all’ergastolo? L’ergastolo, dice Bonvissuto, “è una cosa orribile. Non ha nemmeno dalla sua quel principio in base al quale chi sconta una pena paga per quello che ha fatto. E una pena di morte con un’esecuzione differita. Affidata a un boia invisibile, impersonale, impunito: il tempo. Perché si può pure stare in carcere ugualmente per tutta la vita, ma è necessario che chiunque ci stia abbia la speranza di non doverci stare per sempre”. Sembra quasi che lo Stato ti abbia costruito un sistema dove ti abitui a vivere serenamente con il tuo parassita, il reato, e così, quando arriva il momento di uscire, fuori, ne hai paura e desideri quasi di tornare alle tue sicurezze, dentro… Un libro definitivo, dove la parola è davvero sacra, e che ti fa sperare soltanto che ne esca al più presto un altro altrettanto bello.

L’intima espiazione di un vero scrittore.

Espiazioni collettive, terzo romanzo di Ilario Carta, dopo I giardini di Leverkusen e Lo scorpione nello stomaco, tutti editi da Arkadia, è un giallo antropologico, come lui stesso lo ha definito.
Protagonista è Marco Migali, un giovane ricercatore sardo che lavora a Roma e che s’imbatte nei frammenti di cronaca di un processo tenutosi negli anni Venti in Sardegna, a seguito di un plurimo, efferato omicidio avvenuto in un piccolo paese dell’Ogliastra, e sul quale il Regime aveva subito fatto calare la sua coltre di silenzio.
Raggiunta l’Isola, per approfondire i suoi studi, Marco trova il padre in fin di vita e tocca con mano gli effetti di una tragedia mai assimilata, anzi quasi ignorata, dagli abitanti del paese, sepolta nel tempo per una sorta di processo di rimozione collettiva rispetto all’atrocità di una violenza così efferata.
Il viaggio, il rapporto padre-figlio, sono due temi forti nei romanzi di Carta.
Essi si sublimano nel suo esordio, I giardini di Leverkusen, fortunato best seller edito cinque anni fa e insignito del prestigioso Premio letterario Osilo.
Antero ha 15 anni quando intraprende il viaggio che lo porterà verso il padre, emigrato in Germania, per sostenere la famiglia. Dopo un interminabile viaggio, prima in nave, poi in treno, arriva in quella che era per lui una Germania senza confini, un paradiso decantato volutamente nelle lettere del padre. A Leverkusen, però, Antero scopre la realtà del mondo ghettizzato degli emigrati, e l’amara esistenza del lavoro in fabbrica, fatto di fatica e di subordinazioni. E si ribella. Si ribella al caporeparto autoritario, ma anche al padre, a cui non perdona la privazione dell’affetto e, assieme, l’arrendevolezza al destino.
Anche in quest’ultimo romanzo, l’autore costruisce una fitta trama di sentimenti, animata da personaggi lirici, come il ribelle Lenin, che fornirà a Marco la chiave di lettura di una vicenda per altri versi amara e ingiusta.
E nel finale compirà il percorso della sua personale espiazione.
Un romanzo, un autore profondo e universale, nella sensibilità con cui tratta temi che in fondo toccano tutti.
E che merita, alla sua terza fatica, un’attenta lettura.