Oltre il Mandorleto. 2.

Le recensioni, i giudizi degli amici sono i più graditi, oltre che i più intensi. A quasi tre mesi dall’uscita del libro le parole di Roberto Deiana, Marco Ardau e Candida Candeloro mi commuovono ancora.

La scuola, la musica dei Pink Floyd, i profumi e i colori di Cagliari fanno da sfondo a un libro che parla di un gruppo di ragazzi in lotta per trovare il proprio posto al mondo. Un romanzo di formazione che sottolinea quanto e come l’adolescenza incida sulle scelte che determinano il futuro di un uomo. Ma Oltre il Mandorleto non strizza l’occhio solo al romanzo di formazione. Racconta una generazione che sta in mezzo, tra il sogno di riscatto della generazione del dopoguerra e il brusco risveglio ad una realtà che questo riscatto lo trattiene e trasforma in frustrazione. Come quando si pensa di riuscire finalmente a vedere spiragli di futuro e poi questo ti si accartoccia addosso e ti ritrovi a combattere con i vecchi schemi apparentemente troppo radicati per essere sorpassati davvero. Eppure in qualche modo questa generazione di giovani adulti un modo lo trova, o glielo fanno trovare, per passare, scavalcare metaforicamente il confine, e non sempre è un modo sano ma a tratti pare essere l’unico possibile. Il tema della tossicodipendenza affrontato in soggettiva, dalle prime confuse avvisaglie al concretizzarsi e radicarsi di una realtà nuova e devastante, che tanti ne ha perduti… l’ambiente scolastico narrato nella sua imperfetta staticità che ha visto negli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80, un tentativo di rinnovamento che non si è mai veramente espresso… la rivalsa, lo sdoganarsi dal vecchio modo al nuovo e a tratti devastante… un modo lo si trova comunque, a cercarlo bene nella vita che in qualche modo si fa vivere nonostante tutto, nelle parole del protagonista. Andare oltre il mandorleto è necessario per vedere la verità, prenderne atto coi propri occhi, affrontare le brutture e le paure, e finalmente scegliere se diventare altro, o restare. Il libro è scritto con linguaggio musicale e la play list la si incontra strada facendo.
C’è poi la droga, la fetida polvere bianca che paradossalmente ha cementato l’amicizia di questi ragazzi, nonostante infelici momenti adolescenziali, e la fine del libro, quando vede i ragazzi ormai cresciuti di fronte a veri progetti di vita, è certamente la risultanza che “dal letame nascono i fior”. Cadere, rialzarsi, ricadere, alzarsi ancora caparbiamente e “rifiutare il capo” anche se sotto sotto facciamo di lui un idolo. Chi ha conosciuto il mandorleto, ha conosciuto quegli anni bui di Piazza Giovanni dove, scendendo dal bus o passando in auto, si percepiva l’aria di quella polvere… non certo sollevata dal maestrale imperante, ma dalla voglia di distruggere la vita degli altri. Come questo libro, da leggere tutto d’un fiato, proprio perché si presta alla continuità della narrazione rendendo il lettore capace di andare avanti fino alla fine.

Una nuova luce.

C’è un particolare nella splendida Adorazione dei pastori di Rubens, conservata nella Pinacoteca di Fermo, e che noi diamo sempre per scontato.
La luce.
Non a caso il dipinto, scoperto e attribuito al pittore fiammingo da Pietro Longhi agli inizi del Novecento, è noto anche come La notte.
Omaggio forse al grande contemporaneo Caravaggio, la scena fotografa il momento in cui i pastori raggiungono la capanna della natività. La Madonna è rappresentata mentre mostra il suo bambino ai pastori e alle sue spalle c’è San Giuseppe. Tutto sembra ricalcare l’iconografia classica, eppure proprio al centro, sul bambino, si riscontra quel particolare apparentemente trascurabile ma a suo modo rivoluzionario. Il bambino è un vero e proprio fascio di luce, contrariamente alla tradizione precedente, dove la luce rischiarava la scena da una finestra o al massimo da una lampada posta sul tetto. Con questa inserzione, per noi in certo modo scontata, Rubens crea una vera e propria rivoluzione: ci dice chiaramente che la luce che dobbiamo ricercare nella nostra esistenza non è nella Natura o nelle creazioni dell’uomo, ma piuttosto dentro l’uomo, alla ricerca di una fede e di una ragione di vita che è tutta interiore al nostro sentire.
Osservare questo piccolo capolavoro oggi, al termine di un buio e doloroso calvario che ci ha accomunato tutti, ci offre un piccolo spiraglio che ci permette di guardare dentro di noi e al futuro con più consapevolezza.

Un Natale diverso, un Natale.

C’è un olio, di Piero della Francesca, custodito alla National Gallery di Londra, in cui mi ritrovo perfettamente.
In questo dipinto, accanto agli angeli che inneggiano a Gesù, c’è un asino che raglia. Si tratta di un contrasto inusuale tra la poesia celeste e la volgarità terrena, che tuttavia dice molto di più di altre composizioni sacre sul tema. Ma non basta, il genio di Piero va oltre. Appollaiata sulla tettoia, il grande pittore toscano raffigura una gazza, simbolo della follia umana, che preannuncia la catastrofe imminente, e cioè la crocifissione di quel bambino che ora dorme placidamente.
Ho ripensato a questo straordinario quadro e mi sono detto che la situazione attuale gli somiglia molto… da una parte c’è Lui, Cristo, che rinasce ogni anno per noi, e dall’altra ci siamo noi, che siamo ogni anno diversi, e che quest’anno forse non siamo più disposti a vedere nel Natale una festa così intima.
Viviamo un periodo in cui l’intimità e la drammatica profondità delle cose convivono con noi quotidianamente e forse avremmo bisogno soltanto d’evasione. Questa è la realtà del presente, ma perché non accettare la nostra incapacità ad accettare sacrifici se un sommo artista l’aveva addirittura raffigurata in un’opera così importante? Perché non essere indulgenti con noi stessi se su di noi pende continuamente la responsabilità del regicidio più grande?
È il Sette di dicembre e comincia la preparazione al Natale, un Natale diverso, in cui staremo a casa, in famiglia, a contatto con i valori veri, anche se, quest’anno, è ciò che purtroppo accade ogni giorno e che noi forse non siamo più disposti a tollerare.
La volgarità terrena si scontra ancora una volta con la poesia celeste, e Piero sembra volercelo ricordare… viviamo dunque questo Natale senza troppe attese, ma con la consapevolezza che accanto alla divinità del sacro esiste pure la modesta umiltà del profano.

Oltre il Mandorleto.

Oggi su “Quelli che… Letto, riletto, recensito!” uscirà la mia prima presentazione di Oltre il Mandorleto, il mio terzo romanzo, quello a cui tengo di più.
Cercherò di spiegarlo qui, con l’aiuto delle preziose osservazioni già pubblicate da Gianfranco Cefalì, Palmira Caschili e Ilario Carta.

Oltre il Mandorleto è ambientato tra i quartieri cagliaritani di Pirri e San Benedetto, confinato in questi luoghi e allo stesso tempo oltre.
Oltre in italiano è un termine più che indefinito, essendo, indifferentemente, preposizione o avverbio.
All’epoca del libro, tra la Piazza e il Mandorleto, si stendeva un manto di palazzine popolari e nuovi palazzoni che attribuivano al quartiere il record di residenti in città… dai campi di carciofi, violati dallo scheletro della Sip, all’Oratorio Salesiano pulsava un microcosmo di gioventù straripante che a fatica riusciva a dir di no alle novità, anche alle più pericolose.
In mezzo, o forse ai limiti, c’era il Mandorleto, luogo neutro dove i ragazzi del quartiere materializzavano i loro sogni, fossero gli ingenui giochi propri dei ragazzi o lo spettro della droga.
Il libro nasce da queste suggestioni, a metà tra la libera invenzione d’immagini e il filo ininterrotto della memoria.
Il prof. Arvinio Piras, per esempio, è forse tra i personaggi del libro l’unico, con il prof. Bulla, a essere stato preso di peso dalla realtà, gli altri sono solo collage, personalità composte da tante storie diverse. E forse per questo Arvinio è il personaggio più tragico, un uomo travolto dal destino quotidiano, con i figli specchio impietoso del suo fallimento.
Mirko è il personaggio più simbolico, in lui ho cercato di riversare ogni possibile rappresentazione del male, lui è un personaggio consueto per quell’epoca, considerate le opportunità che dava allora il traffico di droga, non ancora strutturato come adesso.
Con la storia e i personaggi che ho creato, ho cercato soprattutto di fotografare un’epoca, un luogo, una società e una periferia. Col fermo immagine, ho cercato di fissare l’obiettivo in un  microcosmo: piccole storie e grandi ferite, emblema di una società più ampia, raccontata dal “coro greco” rappresentato dalle scelte musicali che, non a margine, ma a tutto tondo hanno espresso a gran voce  le speranze, le aspirazioni, le storture, i danni, le  lacerazioni di un’epoca  privata da scelte politiche che accompagnassero i singoli, i disperati. Una società alla ricerca di una libertà che è diventata evasione dalla realtà, attraverso l’uso e l’abuso di sostanze che dessero l’illusione di poter uscire “dalla boccia in cui nuotavano i pesci rossi”. E i luoghi della cura si sono rivelati devastanti, inadeguati a dare risposte a chi nella società poneva domande, rimaste inesorabilmente senza risposte, purtroppo.
Ho cercato soprattutto di descrivere la vita nel corso di dieci anni di un gruppo di ragazzi, dalle scuole medie fino all’università, in un periodo a cavallo tra gli anni settanta e gli Ottanta, a Cagliari, in una zona periferica che subisce e che ha subito i grandi sconvolgimenti sociali, culturali ed economici che hanno interessato gran parte dell’Italia dal dopoguerra in poi. Nuovi ceti sociali che si affacciano, nuove zone urbane in espansione e altre in regressione, soldi investiti e progetti abbandonati, la mutata sensibilità degli uomini che si affacciano al cambiamento.
La scuola, poi, è un punto centrale della vicenda, da cui tutto parte e dove tutto finisce, ma è riduttivo parlare solo di romanzo di formazione, in una storia in cui un altro vero protagonista è la droga, l’eroina in particolare, che proprio in quegli anni stava facendo la sua comparsa in Italia e stava mietendo copiosamente le sue vittime. Morti che ancora venivano percepite, viste e intraviste solo sui giornali o in quelle poche televisioni presenti nelle case, dove questo fenomeno era un tabù, e le notizie erano sussurrate e non gridate, celate. Oltre il Mandorleto.

Scuola 2.4.

Riapriamo le scuole per poter finalmente riprendere a urlare, a chiamare le cose col loro nome.

Ma.
C’è un ma. C’è, però. Perché a voler cercarlo un riflesso positivo c’è sempre. E così, dopo aver tentato di far finta che tutto sia come prima, decido di assegnare un tema online. Un tema online, già, come dire Vergine madre, viva morte… eppure. Se dobbiamo rimaner reclusi sino a Natale, un tema bisogna darlo per forza, se non altro per conoscere i miei polli, quelli più giovani, almeno… la mia nuova classe di brillanti polemisti.
Lascio il file sulla piattaforma. Li guardo mentre chini pestano sulla tastiera, sembrano felici di poter finalmente dire la loro, li vedo mentre alzano la testa per inviare il file. Penso a loro, mentre correggo.
Ed ecco che subito la giovane ragazza senza dubbi mi bacchetta nel suo stile… come fa a lamentarsi quando attorno a noi c’è solo
fame e disperazione? La Dad è la migliore soluzione, sentenzia, ci dà la possibilità di studiare, di lavorare, di portare il pane a casa, lontani oltretutto da mascherine e autobus stipati.
Docenti e studenti categoria privilegiata, dunque.
Ma.
C’è sempre un ma, anche quando si vuol vedere tutto rosa.
Perché sarà vero, cara giovane polemista, che in Dad ci possiamo svegliare alle 8.00 e alle 8.15 alzarsi dal letto, ma c’è anche chi nel letto non dorme, a causa della Dad, e fino alle 8.00 fissa le pareti chiedendosi dove trovare la forza per accendere il Pc, e dopo che l’ha fatto conta i minuti che lo separano dalla lezione successiva e poi dalla prossima, nella speranza che con il passare del tempo le cose mutino. E parlo di voi, degli studenti, di quelli che ancora hanno la costanza di collegarsi.
Il collegamento.
È tutto in questo termine, in fondo, ora.
Ogni speranza di incontrarsi, ascoltare, parlare, farsi vedere.
Tutto in questo magico attimo frutto della tecnologia a cui non ci si può sottrarre, pena l’isolamento.
Così, mentre ripongo il tema della brillante polemista, penso a chi ha rinunciato a esporsi, o a chi usa tutti i trucchetti per nascondere le sue insicurezze.
Sono all’ultima ora e domani ho i Consigli di classe.
La classe stavolta la conosco bene, e devo soltanto scansarne le simpatiche furbizie.
“Allora, A, B e C* sono assenti… D* ed F, finitela di freezarvi, voglio vedervi muovere la testa mentre scrivete… G, ti sembra questo il momento di entrare?”
E mentre correggo i test dei superstiti, convinto di aver ottenuto comunque un successo, rileggo interi passi tratti da Sckuola.net e Studenti.it, finiti chissà come in quei compiti immacolati.
In fondo la scuola, anche a distanza, è rimasta la stessa, senza più filtri, però, e questo è il pericolo più grave.

Scuola 2.3.

È così. Ci si abitua spesso e presto anche alle cose peggiori. Col tempo si arriva addirittura a cercarne i lati positivi.
Così con la Dad. Ora che non esiste più una prospettiva di riapertura, dopo che il Primo Ministro ha affondato un uno-due che probabilmente ci terrà a casa sino a Natale, si dice che era ora che si usassero i dispositivi informatici e che forse non si tornerà più indietro, che questo lockdown in fondo ha fatto bene alla scuola.
Bene? Vorrei che quelle persone che ribadiscono meccanicamente queste deboli certezze guardassero lungo i layout che colorano gli schermi poggiati sui tavoli da cucina e sulle piccole scrivanie stipate di libri ormai inutili. Vedrebbero visi stanchi, privati di quella vitalità che soltanto un sano scontro di ormoni e saliva può dare.
Intanto io mi perdo nei visi e nelle ingenue curiosità dei miei ragazzi, e l’unica cosa che chiedo loro è di farsi vedere oltre le telecamere.
È tornata a girare, di nuovo, con insistenza, l’espressione Lockdown totale, erano mesi che non si avvertiva così minacciosa e io voglio tenerla lontana dai nostri discorsi, far finta gioiosamente di nulla.
Le scuole superiori sono già off limits e il cerchio dell’inattività coatta è chiuso.
La mattina è sempre dura, ma da quando è ripresa la Dad è pure peggio, non hai lo schiaffo procurato dall’aria fresca respirata appena uscito di casa, il profumo del caffè al bar, la battuta stupida ma confortante dei colleghi.
Ti svegli dal letto, ti lavi, al massimo butti giù un cattivo caffellatte e sei già pronto per far lezione davanti a un anonimo pc.
Talvolta fatichi a mettere a fuoco ciò che vedi dall’altra parte dello schermo e non sai se sei ancora nel mondo dei sogni o nella realtà, anche se virtuale.
Rispetto a quello di marzo e aprile, questo lockdown è più duro da digerire.
Ci si sta talmente abituando a rimaner nascosti nella propria tana, che quando si riesce a uscire si prova un senso di sconvolgente rinascita. Ieri mi sono fermato con alcuni pescatori ad ammirare le luci del porto e ci siamo sentiti per un attimo bambini… ma questo chi decide non può saperlo. Non può sapere che sta costringendo docenti e studenti a una nuova prigionia e che l’unica soluzione è far finta che i soldati che stanno venendo a prenderti ti portino in fondo in un luogo migliore. Scherzare, arrampicarsi affettuosamente sull’ultimo fronte rimasto, quello delle parole. E resistere in attesa di tempi migliori.

Scuola 2.2.

Dopo appena una settimana di lezione ho avuto una vivace discussione con la mia nuova classe di brillanti polemisti.
“Professore, se chiudono le discoteche, devono chiudere anche le scuole…”
“E perché, non ti pare che le scuole siano più importanti delle discoteche?”
“Ma a scuola ci si va in autobus, e gli autobus sono tutti pieni…”
“A parte che anche in discoteca ci si va in autobus, non ti pare che il problema stia nella gestione degli autobus e non nella scuola?”
“Ma…”
Ma, ma, ma, ma.
Certezze inconfutabili contro dubbi dialettici. Una battaglia aspra.
Però mi ha tenuto testa.
Dovrò tenerla d’occhio, la giovane ragazza senza dubbi.
Finché siamo a piede libero.
Già. E poi un Dpcm alla settimana è troppo, spinge verso il lockdown. I numeri sono alti, è vero, ma la società sta reagendo bene. La scuola, anche a detta della Politica, è il luogo più sicuro, e il problema dei trasporti non può diventare il pretesto per rimangiarsi le più sincere convinzioni.
Decidere per forza è una tentazione diabolica, e chiudere i locali un’ora prima della settimana precedente o passare dalle società amatoriali a quelle dilettantistiche per sancirne la chiusura, rischia di diventare una misura inutile quanto dannosa. Più che intervenire occorre prevenire, costruire alternative per il futuro.
Ormai si sfiorano i ventimila casi di contagi e già il governo è pronto a varare provvedimenti pesanti.
Spero soltanto che non si vada verso la serrata, per tanti sensati motivi, ma il primo è senz’altro che dietro ogni commerciante c’è un’intera famiglia che vive del proprio lavoro.
Se qualcuno vuole chiudere deve garantire un equo rimborso a queste persone.
Chiudere. Ma è poi veramente utile? Non sarebbe meglio rinforzare, per esempio, il trasporto pubblico con mezzi Granturismo, come si sta facendo a Roma? A questo punto chi vuole stare a casa ci stia, mentre gli altri possono continuare a vivere seguendo le regole come hanno fatto finora.
Io non so se le scuole chiuderanno di nuovo, soffocate dalle mille difficoltà amministrative e sociali in cui si stanno dibattendo, ma una cosa è certa. Questo rientro in presenza è stato già un successo, e gli stessi ragazzi, pur imbavagliati e immobili l’hanno vissuto come tale. Così, sentirsi dire: “Prof, ci manda sulla piattaforma un compito da fare”, è una sorta di rivoluzione copernicana, senza eguali. Come se paradossalmente il punto più basso dell’esperienza scolastica degli ultimi anni abbia generato naturalmente una consapevolezza nuova. Che la scuola sia per tutti il valore più importante.
Trentamila casi, e dopo quattro mesi è ripresa la Dad.
La spensierata pausa estiva non è stata più di un’illusione.
La mancanza di investimenti, o semplicemente la malignità del virus, hanno riportato tutto come a giugno.
E d’incanto le chat sepolte in fondo all’elenco da mesi si riaccendono tutte, infittendosi di post preoccupati, di quesiti angosciati… “Prof, ma da domani riprende la Dad? Come faremo? E con gli occhi? Lo sa che lo schermo del Pc stanca la vista?”
Mi precipito a rispondere, c’è appena il tempo di creare le classi virtuali per domani alle 8.00, ed è già ora di cena.
La familiarità e l’affetto coi ragazzi cresce. È come se da sempre avessimo lavorato in Dad. Oggi un’alunna si è preparata una crêpe davanti a tutti noi mentre un compagno si rollava una cicca. Un altro è uscito dalla doccia con l’accappatoio ancora umido, mentre il gatto di S. faceva le fusa. In effetti siamo una simpatica compagnia. Peccato soltanto che non ci si possa più vedere, darsi la mano, abbracciarsi, sentire che siamo ancora vivi.

Scuola 2.1.

Non sono più un ragazzino di primo pelo, ma al primo collegio di quest’anno, per la prima volta dopo tanti anni, troppi mesi di non scuola, qualche giorno d’angoscia, ero quasi felice di cominciare un nuovo anno.
Dopo un’estate rigenerante, non mi mancava certamente la Dad, quelle lunghe cerimonie per apparire pronto e passabile al filtro delle telecamere, il rischio di mandare in onda i suoni della famiglia, la goffaggine nell’aprire il collegamento, e così vedere era bello, anche se toccare vietato e il futuro guastava la gioia.
Appena si girava l’angolo, infatti, si era risvegliati dalla batteria di dispenser all’ingresso delle aule e impossibile era pensare che tutto potesse continuare come nei primi, ottimistici giorni.
L’unica cosa certa di quest’inizio di anno scolastico era che i ragazzi non avrebbero più potuto fare i ragazzi.
Non si sarebbero più incrociati con gli amici degli altri corsi all’ingresso, non si sarebbero dati più pappine all’uscita, non avrebbero potuto più dirsi nelle orecchie i segreti tenuti compressi per ore. Nessuno avrebbe aspettato più il compagno reo d’averlo provocato in classe per fargliela pagare, e in autobus al massimo avrebbe potuto regalargli uno sguardo triste e impotente.
La merenda avrebbe dovuto portarsela da casa, e la mascherina pure, e non avrebbe potuto togliersela se non per chiedere al professore di alzare la voce, che con questi bavagli si perde pure il suono delle parole.
L’unica cosa certa di quest’inizio di anno scolastico era che i ragazzi, in queste tre, o cinque ore, di quarantacinque o di cinquanta minuti, avrebbero dovuto rispettare le regole soltanto per paura, pura, incomprensibile, banale paura.
Nonostante ciò questo rientro in presenza era già un successo, e dagli stessi ragazzi, pur imbavagliati e immobili, è stato vissuto come tale. Così, sentirsi dire: “Prof, ci manda sulla piattaforma un compito da fare”, è stata una sorta di rivoluzione copernicana, senza eguali. Come se paradossalmente il punto più basso dell’esperienza scolastica degli ultimi anni abbia generato naturalmente una consapevolezza nuova. Che la scuola sia per tutti il valore più importante, nonostante la classe perfetta sia ora rappresentata da un gruppo di dodici alunni distanziati e immobili, e con le mascherine tirate su come il regolamento prevede. D’altronde il lockdown ha fatto i suoi danni, e anche se non lo vogliono ammettere loro sono contenti d’essere a scuola. Certo, le regole impongono un’osservanza ferrea, a cui non sono abituati, ma dopo un po’ è solo una questione di ritmo.
Mascherina, distanziamento, dispenser… mascherina, distanziamento, dispenser.
C’è chi si chiede che senso abbia tutto questo, se poi, oltre il cancello, si ammassino tutti sui pullman stipati, ma la scuola deve dare l’esempio, e in fondo questo è il ruolo che le compete.
Ogni storia, anche la più brutta, ha la sua percezione più profonda.
Questa è ancora inafferrabile, ma non è lontana dall’essere compresa. L’emergenza si pratica sul campo, non in teoria. Chi critica la coraggiosa ostinazione dell’istituzione scolastica a volerci provare, non ne ha capito la funzione più profonda, che è quella di favorire le dinamiche sociali più complesse per curarle, e guidarle al risultato migliore.
Si vocifera di classi, di scuole chiuse, ma la sfida più grande dev’essere quella di abbattere le paure con la volontà di resistere, aggrapparsi a un’aula, una Lim, un tablet che potrebbe salvarci la vita.
“Prof, ma quest’anno ci saranno i laboratori, i Progetti, l’alternanza?”, queste sono le domande più belle, e già poter rispondere di sì rappresenta una vittoria senza eguali.

Auguri, Diego!

Oggi Diego Armando Maradona compie 60 anni.
El pibe de oro, che con i suoi tocchi da funambolo e la sua intelligenza tattica, negli anni ’70 e ’80 aveva incantato il mondo, in Argentina prima, in Spagna e in Italia dopo, è entrato in quella fase della vita in cui le sue doti non possono più far dimenticare la debolezza tipica dell’uomo.
Eppure, il mistero di un grande, il suo fascino in fondo è tutto nelle sue contraddizioni. Come può un calciatore dalla vita sregolata, dedito pesantemente alla droga, essere diventato un mito? E Diego lo è, icona della memoria, riferimento dei ricordi di un’intera generazione.
Basterebbero quei due goal all’Inghilterra, così diversi eppure così perfetti e iconici nella successione stretta di una sola partita di calcio a spiegarlo. Il più bello, poi definito addirittura goal del secolo, appena dopo un altro altrettanto famoso deviato con la mano. E in questi due episodi in un certo qual modo è riassunta l’intera personalità di Maradona, divino con la palla al piede, sregolato appena la tensione del gioco si spegneva.
Come a Napoli, dove negli anni in cui raggiunse l’apogeo della sua carriera fu addirittura sospettato di frequentazione con i boss camorristi o dove, soprattutto, è diventato un mito per il suo popolo che, si sa, è molto viscerale… e poi la vita sregolata appartiene a chi vive in modo sregolato fra droghe e denaro, come gran parte delle curve degli stadi, a Napoli in particolare. Dove gli fu addirittura dedicato un altarino all’interno del quale in una teca era custodito un suo capello.
Da allora, come tutte le stelle in caduta, come Napoleone a Sant’Elena, Diego ha collezionato diverse sospensioni per uso di cocaina, la più famosa, per positività al test antidoping al mondiale americano, quando sembrava che fosse nuovamente in grado di prendere per mano la sua nazionale.
Al pari di Best, Garrincha, Gigi Meroni, Hugo “El Loco” Gatti, tutti genio e sregolatezza, Maradona ha acceso la fantasia degli appassionati diventando un mito anche se poi nella vita fu tutt’altro che un modello da seguire.
Capace di gesti deplorevoli come il primo mancato riconoscimento del figlio avuto da Cristina Sinagra a Napoli o le controversie con il fisco italiano, ma anche di prese di posizioni carismatiche quando strinse forti amicizie con personaggi leggendari e scomodi come Castro e Chavez, Maradona è soprattutto stato unico, e per questo non si può far a meno di ricordarlo con l’affetto dei figli rispetto a un padre immaturo ma affascinante…
Auguri, Diego!

di sangue e di ferro

Di sangue e di Ferro è il secondo romanzo di Luca Quarin, master design e scrittore friulano che la casa editrice Miraggi di Torino lancia sul mercato editoriale con il consueto entusiasmo e la professionalità che la contraddistingue da ormai dieci anni.
Di sangue e di ferro è la storia romanzata della famosa strage di Peteano, in cui persero la vita tre carabinieri e di cui furono a lungo sospettati alcuni militanti di Lotta Continua. Due di loro, nel tentativo di sfuggire all’arresto, persero la vita, lasciando il figlio di tre anni orfano, mentre venivano arrestati e poi rilasciati alcuni balordi della zona. Dieci anni dopo, un esponente di Avanguardia Nazionale decide di assumersi la responsabilità dell’attentato di Peteano, non perché pentito, ma perché determinato a rendere pubblici i rapporti tra l’estrema destra e gli apparati dello Stato, che si erano attivati per coprire la matrice fascista dell’attacco.
Andrea Ferro, il figlio dei due ragazzi di Lotta Continua, all’inizio del romanzo ha più di vent’anni e un passato scolastico tutt’altro che brillante. Fa il ricercatore alla facoltà di Lettere di Torino e arrotonda cantando Cat Stevens in un locale alternativo. Ha trascorso l’intera infanzia a combattere senz’armi contro l’anaffettività convinta della nonna, è stato appena abbandonato dalla compagna, e così, approfittando della telefonata dell’infermiera della nonna, decide che è arrivato il momento di interrogarsi sulle sue radici. Trova la nonna aggredita dai primi segni dell’Alzheimer, ma i ricordi della famiglia, netti, gli tornano subito alla mente, a ritroso, dal Brasile, a Venezia, all’arrivo a Udine dove la nonna è nata, e con lei il padre e lui stesso, dove il padre è morto e lui scappato. E con i ricordi e gli incubi del protagonista, le testimonianze sulle indagini riguardo la strage di Peteano e i rapporti con Gladio, Piazza Fontana e Feltrinelli. Perseguitato dall’autore di un manoscritto spedito alla Casa editrice con cui collabora, il protagonista comincia a porsi diversi interrogativi… i nonni di Andrea, fascisti, amici di Freda e Ventura, cos’hanno da spartire con i suoi genitori, giovani comunisti idealisti morti alla fine di un inseguimento con la Polizia tanti anni prima?
E così Quarin, tra una sbronza e un incubo in cui confonde finzione e realtà, sino a un finale a sorpresa che non riveleremo, disegna per schizzi e associazioni la storia di un’Italia isterica, dalle ceneri violente della Repubblica Sociale all’età del terrorismo e dei segreti di Stato.
Con uno stile chiaro e incisivo l’intreccio si dipana in un’alternanza di episodi privati e pubblici che rivelano la realtà di una strage atipica, quasi un passaggio obbligato nelle alleanze mutevoli che per tanti anni hanno unito movimenti rivoluzionari di destra e vertici dello Stato.
Quarin sceglie un episodio minore della cosiddetta strategia della tensione per mettere in luce segreti e reticenze di un oscuro periodo della nostra storia, e lo fa mettendo l’accento sull’aspetto privato della vicenda, di cui spesso ignoriamo i drammi e le ripercussioni personali, ma che a volte scivolano cinicamente da una generazione all’altra, e in modo tutt’altro che indolore.
Di sangue e di Ferro è un libro necessario e geniale, che si legge piacevolmente, regalandoci una storia a tratti appassionante e carica di significati tutti da esplorare.